Irma Grese, nota come la “Iena di Auschwitz”, rappresenta una delle figure più oscure e terrificanti della storia del nazismo. Nata il 7 ottobre 1923 a Wrechen, un piccolo villaggio nel Meclemburgo, in Germania, Irma Ilse Ida Grese crebbe in una famiglia modesta di agricoltori. Suo padre, Alfred Grese, era un contadino e membro del Partito Nazista, mentre la madre Berta si tolse la vita nel 1936, quando Irma aveva solo 13 anni, dopo aver scoperto il tradimento del marito.
Questo evento traumatico segnò profondamente la giovane, che abbandonò presto la scuola a 14 anni a causa di risultati scolastici scadenti, bullismo subito dalle compagne e un crescente interesse per le attività della Lega delle Ragazze Tedesche (Bund Deutscher Mädel), l’organizzazione femminile giovanile nazista. Irma sognava inizialmente di diventare infermiera, ma il destino la portò su una strada ben diversa.

Nel 1942, a 18 anni, Irma si offrì volontaria per il servizio nelle SS come Aufseherin, guardia femminile nei campi di concentramento. Fu addestrata nel campo di Ravensbrück, il principale lager femminile, sotto la guida di figure come Dorothea Binz, nota per la sua crudeltà. Ravensbrück fungeva anche da centro di formazione per le guardie donne, e qui Irma apprese rapidamente le tecniche di controllo e tortura. I superiori notarono subito il suo temperamento sadico: non esitava a picchiare le prigioniere con il manganello, a umiliarle pubblicamente o a infliggere punizioni gratuite.
La sua fedeltà al regime e la brutalità la fecero emergere presto.

Nel marzo 1943 fu trasferita ad Auschwitz II-Birkenau, il più grande campo di sterminio. Qui salì rapidamente di grado, diventando Oberaufseherin (supervisore senior), la seconda guardia donna più alta in autorità dopo Maria Mandel. Gestiva settori con decine di migliaia di prigioniere, soprattutto ebree polacche e ungheresi, fino a 30.000 donne in condizioni disumane. Birkenau era un inferno di fame, malattie, lavoro forzato e selezioni per le camere a gas. Irma partecipava attivamente alle “Selektionen”: con un gesto del dito o un ordine secco decideva chi viveva e chi moriva immediatamente.
Collaborava con medici come Josef Mengele, assistendo o osservando esperimenti medici su prigionieri, inclusi quelli su gemelli, nani e donne incinte.
I sopravvissuti la descrissero come una giovane donna dall’aspetto angelico: bionda, occhi azzurri, figura slanciata, spesso truccata con cura, in uniforme impeccabile. Ma dietro quel volto “bello” si nascondeva una sadica spietata. Portava sempre una frusta intrecciata di cuoio, con cui colpiva le prigioniere al viso, al petto o alle gambe, lasciando cicatrici permanenti. Calzava stivali pesanti per calpestare le vittime a terra. Amava i cani da guardia, che aizzava contro le prigioniere deboli. Testimoni oculari parlarono di torture sessuali, di umiliazioni deliberate, di piacere sadico nel vedere la sofferenza altrui.
La dottoressa Gisella Perl, ginecologa ebrea deportata ad Auschwitz e costretta a lavorare come medico nel lager, la definì “la donna più depravata, crudele e perversa sessualmente che abbia mai conosciuto”. Perl raccontò come Grese assistesse con orgasmi visibili agli interventi chirurgici senza anestesia su prigioniere, godendo delle urla di dolore. Grese impose persino a Perl di praticarle un aborto clandestino, minacciandola di morte se avesse rifiutato o rivelato qualcosa.
I prigionieri la soprannominarono “Iena di Auschwitz” per la sua voracità nel tormentare le vittime, come una iena che si nutre di carogne. Altri epiteti includevano “Bestia Bionda di Belsen”, “Angelo Biondo della Morte” o “Bella Bestia”. Non era solo brutale: godeva del potere assoluto, della paura che incuteva. Si diceva che avesse relazioni sessuali con prigionieri o con altri SS, ma queste voci rimangono controverse.
Il suo sadismo non conosceva limiti: picchiava a morte prigioniere per un nonnulla, le faceva stare in ginocchio per ore sotto il sole cocente o nel freddo glaciale, le privava del cibo o le costringeva a lavori impossibili.
Nel gennaio 1945, con l’Armata Rossa alle porte, Irma fu trasferita brevemente a Ravensbrück e poi, nel marzo, a Bergen-Belsen. Qui il campo era sovrappopolato e devastato da tifo e fame: migliaia morivano ogni giorno. Grese continuò le sue atrocità, picchiando i malati, negando cure, partecipando a pestaggi collettivi. Ma il Reich stava crollando. Il 15 aprile 1945 le truppe britanniche liberarono Bergen-Belsen, trovando un orrore indescrivibile: 60.000 sopravvissuti scheletrici, cadaveri ovunque. Irma fu arrestata sul posto, riconosciuta da alcune prigioniere.
Iniziò il Processo di Bergen-Belsen, tenutosi a Lüneburg dal 17 settembre al 17 novembre 1945, davanti a un tribunale militare britannico. Tra i 45 imputati c’erano Josef Kramer (comandante, “Bestia di Belsen”), Fritz Klein (medico) e diverse Aufseherinnen. Irma Grese fu accusata di crimini di guerra e contro l’umanità: omicidi, torture, trattamenti disumani ad Auschwitz e Belsen. Testimoni, tra cui sopravvissute ebree, polacche e ungheresi, descrissero in dettaglio le sue crudeltà. Perl testimoniò sul suo sadismo sessuale e sulle torture mediche.
Grese negò molte accuse, ma ammise di aver picchiato prigioniere “per ordine superiore” e di essere consapevole delle atrocità generali. Il 17 novembre fu condannata a morte per impiccagione, insieme a Kramer, Klein e altre nove persone.
Il 13 dicembre 1945, nella prigione di Hamelin, Irma Grese fu giustiziata all’età di 22 anni, la donna più giovane impiccata dai britannici nel XX secolo. L’esecuzione fu eseguita da Albert Pierrepoint. Si dice che abbia pianto nella cella la notte prima, ma al momento della morte mantenne compostezza, senza mostrare rimorso. Le sue ultime parole furono di sfida o di accettazione del destino, secondo le testimonianze.
La storia di Irma Grese è una lezione tragica sul male umano. Una ragazza comune, cresciuta in un contesto di propaganda nazista, trasformata in mostro dal potere assoluto e dall’ideologia razzista. Non era un mostro innato, ma il prodotto di un sistema che premiava la crudeltà. Il suo caso evidenzia il ruolo delle donne nel nazismo: non solo vittime, ma anche carnefici attive. Oggi, il suo nome evoca orrore, un monito su come l’odio ideologico possa corrompere chiunque.
La “Iena di Auschwitz” non fu solo una guardia: fu il simbolo della banalità del male portata all’estremo, dove la bellezza esteriore nascondeva un abisso di sadismo. La sua esecuzione chiuse un capitolo, ma il ricordo delle sue vittime resta eterno, a ricordare che la vigilanza contro l’odio è dovere di tutti. (circa 1520 parole)