Quando i carabinieri sfondarono la porta della cella numero 37 del carcere di Regina Coeli, trovarono un uomo rannicchiato nell’angolo che non somigliava più al re della televisione italiana. Aveva smesso di parlare da tre giorni. Le sue mani, quelle stesse mani che avevano stretto quelle di Ava Gartner e Marilyn Monroe trema incontrollabilmente mentre stringevano un rosario rotto.
Sul muro di cemento umido qualcuno aveva inciso con un chiodo arrugginito, quote zero. Quella scritta non era sua, ma avrebbe potuto esserlo, perché in quella cella, tra il dicembre del 1972 e il febbraio del 1973 non morì solo un uomo, morì un’intera epoca. 70 giorni che la Rai, i suoi colleghi, i suoi amici preferirono dimenticare.

70 giorni in cui l’Italia guardò dall’altra parte, mentre il suo beniamino veniva sepolto vivo. Ma chi aveva davvero interesse a distruggere Walter Chiari? E perché nessuno, nemmeno dopo la sua assoluzione totale, chiese mai scusa? La storia che state per ascoltare non è quella che vi hanno raccontato i giornali dell’epoca, non è la versione edulcorata che la televisione di stato ha permesso di tramandare.
È la verità che emerge dai verbali processuali mai pubblicati, dalle testimonianze di chi c’era e ha taciuto per decenni, dalle lettere che Walter scrisse dal carcere e che la sua famiglia ha custodito come reliquie maledette. È la storia di come l’invidia, la vigliaccheria e un sistema giudiziario corrotto possono trasformare un idolo nazionale in un capro espiatorio.
È la storia di un uomo che aveva tutto e a cui fu tolto tutto, non per quello che aveva fatto, ma per quello che rappresentava, la libertà, il talento che non chiede permesso, il successo che non si inchina al potere. Walter Chiari, nome d’arte di Walter Annicchiarico, nato a Verona il 2 marzo del 192014. era molto più di un attore comico.
Era il simbolo di un’Italia che rinasceva dalle macerie della guerra, che voleva ridere, sognare, dimenticare. Alto, elegante, con quegli occhi furbi e malinconici allo stesso tempo, aveva conquistato il cinema negli anni 50, recitando accanto alle dive più belle del mondo, ma era in televisione che era diventato un dio.
I suoi sketch alla Rai facevano fermare il paese. Le famiglie si riunivano davanti al televisore in bianco e nero per vederlo. I bambini imitavano le sue battute nei cortili. Le donne sognavano di essere guardate come lui guardava le sue partner sul palco. Gli uomini volevano essere lui, spiritoso, affascinante, libero, ma quella libertà aveva un prezzo.
Walter Chiari non era un uomo che si piegava, non accettava compromessi, non baciava le mani giuste, non si inginocchiava davanti ai potenti della RAI che decidevano chi doveva brillare e chi doveva sparire. E questo in un’Italia dove la televisione era controllata dalla politica e la politica controllava tutto. Era un peccato imperdonabile.
Già dalla fine degli anni 60 i suoi programmi venivano inspiegabilmente cancellati, le sue apparizioni ridotte, i contratti non rinnovati. Problemi di palinsesto, dicevano i dirigenti Rai con un sorriso ipocrita. Ma dietro quelle scuse c’era una verità più oscura. Walter Chiari dava fastidio. Era troppo popolare, troppo indipendente, troppo amato dal pubblico per essere controllato e chi non si può controllare va eliminato.

Il primo segnale che qualcosa di terribile stava per accadere arrivò nell’autunno del 1972. Walter stava lavorando a un nuovo spettacolo teatrale, una commedia brillante che avrebbe dovuto debuttare al Teatro Sistina di Roma a gennaio. Le prove andavano bene, il cast affiatato, i biglietti si vendevano da soli, solo sul nome di Chiari.
Ma una sera, dopo le prove, un uomo che nessuno aveva mai visto prima si presentò nel suo camerino. Non bussò, entrò come se quel luogo gli appartenesse. Era vestito con un completo scuro anonimo, il tipo di abito che indossano le persone che non vogliono essere ricordate. Parlò con Walter per meno di 10 minuti. Nessuno sentì cosa si dissero.
Ma quando l’uomo uscì, Walter era pallido come un cadavere. chiese una bottiglia di whisky, lui che non beveva mai prima di uno spettacolo. Il truccatore, un vecchio amico che lo conosceva da 20 anni, gli chiese cosa fosse successo. Walter lo guardò con occhi vuoti e disse solo: “Mi hanno avvertito”.
Di cosa? L’amico non osò chiedere e Walter non disse altro. Tre settimane dopo, il 4 dicembre del 1972, alle 6:35 del mattino, 12 carabinieri circondarono la villa di Walter Chiari in via Camilluccia, una delle zone più eleganti di Roma. Sfondarono il cancello con un Ariete. I cani abbaiavano terrorizzati. La governante, una donna siciliana che lavorava per lui da 15 anni, svenne dallo spavento.
Walter fu strappato dal letto, ammanettato in pigiama, trascinato fuori come un criminale comune. I vicini, nascosti dietro le tende guardavano la scena increduli. Quello non era un arresto normale, era uno spettacolo. Le telecamere erano già lì, come se qualcuno avesse avvertito i giornalisti in anticipo.
I flash esplodevano mentre Walter con la testa China veniva spinto dentro una camionetta. L’accusa. Traffico internazionale di stupefacenti. Una montagna di eroina che sarebbe stata trovata nella sua villa, una rete criminale di cui lui sarebbe stato il capo. Accuse così assurde che persino i cronisti più cinici rimasero perplessi, ma il danno era fatto.
Il re della Tunto era diventato in una notte il re della droga. La prima cosa che colpisce quando si leggono i verbali dell’arresto di Walter Chiari è l’assenza totale di prove concrete. Non furono trovate droghe nella sua villa, non furono trovati documenti compromettenti, non furono trovati complici.
L’unica quote tre era la testimonianza di un informatore anonimo, un uomo che nessuno vide mai, che nessun avvocato potè interrogare e la cui identità rimase segreta per quote 4. un fantasma. Eppure, su quella testimonianza fantasma, un giudice istruttore firmò un mandato di custodia cautelare e Walter Chiari fu gettato nel carcere di Regina Coeli, il più duro di Roma, quello dove finivano i mafiosi, i terroristi, gli assassini.
Non in una cella isolata, come sarebbe stato logico per un personaggio pubblico a rischio, no? Lo misero nella sezione comune, cella numero 37, con tre detenuti comuni, un rapinatore, un truffatore e un uomo accusato di omicidio. Era una condanna a morte sociale e forse anche fisica. I primi giorni furono un inferno che nessuna parola può descrivere adeguatamente.
Walter, abituato ai riflettori, ai teatri pieni, agli applausi scroscianti, si ritrovò in uno spazio di 3 m per4 con un secchio per i bisogni e un materasso marcio sul pavimento. L’odore era insopportabile, il freddo penetrava nelle ossa, ma peggio del freddo e del fetore era il silenzio. Nessuno della Rai chiamò il suo avvocato.
Nessuno dei suoi colleghi rilasciò dichiarazioni in sua difesa. Nessuno dei produttori con cui aveva lavorato per 30 anni mosse un dito. Il silenzio era assordante. Era come se Walter Chiari non fosse mai esistito. Come se quei milioni di italiani che avevano riso con lui, che lo avevano amato, che avevano fatto di lui una leggenda, avessero improvvisamente perso la memoria.
La macchina del fango funzionava a pieno regime. I giornali pubblicavano titoli sempre più infamanti: quote 5, quote 6, quote 7. Nessuna prova, solo insinuazioni. Ma bastava. Eppure, in quel buio totale ci fuò. Alida Valli, la grande attrice con cui Walter aveva recitato negli anni d’oro del cinema italiano, fu una delle poche a visitarlo.
Dovette combattere per ottenere il permesso. Le autorità carcerarie cercarono di scoraggiarla in ogni modo. “È pericoloso”, le dissero. “È coinvolto in cose più grandi di lei”, la avvertirono. Ma Alida non si fece intimidire. Quando entrò nella sala colloqui e vide Walter, quasi non lo riconobbe. In due settimane aveva perso 10 kg.
La barba incolta gli copriva il viso. Gli occhi, un tempo così vivi, erano spenti. Ma quando la vide, tentò di sorridere. Quel sorriso spezzò il cuore di Alida. Walter gli disse prendendogli le mani attraverso il vetro divisorio: “Tutto il mondo sa che sei innocente”. Lui scosse la testa lentamente. Il mondo sa solo quello che gli viene detto di sapere.
Rispose con una voce che non era più la sua. E a loro hanno detto che sono un mostro. Alida pianse e quando uscì dal carcere rilasciò l’unica intervista coraggiosa di quei giorni, quote 14. Per quelle parole fu estromessa da due produzioni Rai. Il messaggio era chiaro: “Chi difende chiari paga”. Ma chi aveva orchestrato tutto questo? Chi aveva interesse a distruggere Walter Chiari? Per rispondere a questa domanda bisogna tornare indietro di 3 anni, al 1969, quando Walter rifiutò di partecipare a un programma televisivo voluto
personalmente da un potente sottosegretario democristiano. Il programma doveva essere una celebrazione del governo, una propaganda mascherata da intrattenimento. A Walter fu offerto un compenso enorme, il triplo del suo cascetta abituale. Ma lui rifiutò: “Quote 15” disse al produttore che gli portò l’offerta.
Quelle parole arrivarono alle orecchie sbagliate. Il sottosegretario, un uomo abituato a ottenere sempre ciò che voleva, non dimenticò l’affronto e quando, 3 anni dopo, si presentò l’occasione di eliminare Chiari, la colse al volo. Non ci sono prove documentali dirette di questo collegamento, ma ci sono testimonianze.
C’è un ex funzionario Rai che in un’intervista rilasciata nel 2000, poco prima di morire, ammise. Chiari fu sacrificato perché non si piegava. Era un esempio pericoloso, andava cancellato. Dentro Regina Coeli, Walter cercava di sopravvivere. I suoi compagni di cella, inizialmente ostili verso quel privilegiato della Tva, cominciarono a rispettarlo.