Roma, 2 giugno 1981. È l’alba, ma il sole non osa ancora sorgere. Su via Nomentana il silenzio della capitale viene spezzato da un rumore che gela il sangue. Una Volvo 343 grigia perde il controllo e si schianta violentemente contro un camion. Dentro quelle lamiere c’è un uomo di 30 anni. Pochi istanti prima era un’icona, una voce irriverente che graffiava l’anima dell’Italia.
Ora, sotto le luci intermittenti dei soccorsi è solo un corpo inerme, incosciente che lotta per un ultimo respiro. Ma alla fine non arriva subito. Inizia una corsa disperata, un calvario assurdo tra gli ospedali di Roma. Il Policlinico non ha posto, il San Giovanni non a posto, il San Camillo è troppo lontano. L’uomo si spegne all’alba, rifiutato dalla città che lo venerava.
Ma il vero mistero non è questo tragico epilogo, è che 10 anni prima lui aveva scritto una canzone descrivendo esattamente dettaglio per dettaglio questa scena. Il destino non ha solo stroncato una vita, ha esaudito una profezia. Quel corpo spezzato sull’asfalto non appartiene a uno sconosciuto, è Salvatore Antonio Gaetano.
Per la storia, per l’eternità, semplicemente Rino, il ragazzo con il cilindro consumato e il frac di seconda mano, il giullare di corte che aveva fatto ballare l’Italia intera con l’ironia tagliente di Gianna. Sembrava un comico, un provocatore nato per ridere in faccia ai potenti, ma la maschera del buffone è la più tragica delle menzogne.
Dietro le luci accecanti del Festival di Sanremo, dietro quel sorriso beffardo, Rino nascondeva un’anima scorticata. Il pubblico venerava il personaggio, ma ignorava l’uomo. Tutti applaudivano il ritmo, nessuno ascoltava il grido di aiuto nascosto nei versi. Tutti ridevano, nessuno vedeva le lacrime. Credevano fosse un vincitore, in realtà era un uomo solo contro il mondo.
La verità su Rino Gaetano non è una favola musicale, è la cronaca di un profeta incompreso che ha cantato il suo dolore a un mondo sordo, troppo impegnato a ballare per capire che quella musica era un addio. Per comprendere la fine dobbiamo tornare all’inizio. Tutto comincia lontano dalle luci di Roma. Crotone, 29 ottobre 1950.

Una terra di sole feroce e di miseria antica. Salvatore nasce nel profondo sud, ma il destino ha in serbo per lui il primo grande strappo. A soli 10 anni non è più un bambino, è un emigrante. La famiglia Gaetano si trasferisce a Roma, ma per Salvatore non c’è il calore di una nuova casa. C’è il freddo del collegio religioso di Narni, un seminario lontano dalla madre, lontano dagli amici, lontano dal suo mare.
Qui, tra le mura severe di quel collegio, Rino riceve la sua prima indelebile cicatrice. Mentre gli altri bambini giocano, lui impara la disciplina. Mentre gli altri ridono, lui impara il silenzio. Si sente straniero ovunque, troppo per il nord, ormai troppo distante per il sud. È in queste notti di solitudine infantile che nasce la sua visione del mondo, un mondo ipocrita, diviso, ingiusto.
Rino non lo sa ancora, ma in quel collegio umido non sta solo crescendo un uomo, sta crescendo la rabbia che alimenterà la sua arte. Quella solitudine non lo abbandonerà mai più. Sarà l’inchiostro invisibile di ogni sua canzone. Roma, metà degli anni 70. Mentre l’Italia è paralizzata dalla violenza degli anni di piombo, Rino esplode come una supernova.
Non è un cantautore politico come gli altri, è diverso, è ironico, è surreale. Con Ma il cielo è sempre più blu, trasforma la disperazione sociale in un inno nazionale. Tutti la cantano dalle fabbriche di Torino ai salotti borghesi di Milano. Rino diventa la voce di chi non ha voce. Poi arriva il 1978, il festival di Sanremo.
Rino sale sul palco dell’Ariston con un frac di seconda mano, un cilindro storto e un ucculele. Canta Gianna, è il trionfo assoluto. Le vendite schizzano alle stelle, diventa una star, diventa il re del nonense. Ma non fu solo Gianna, dobbiamo parlare di Nunter Gai più. Questa canzone non era solo musica, era una lista di proscrizione.
Rino ebbe il coraggio o la follia di fare i nomi e i cognomi. Agnelli, Andreotti, i potenti della democrazia cristiana, i massoni, i corrotti. Nessuno in Italia aveva mai osato tanto. La censura cercò di fermarlo. I dirigenti della Rai sbiancarono, gli dissero di tagliare, di tacere. Ma Rino con quel suo sorriso da pazzo cantò lo stesso.
In quel momento Rino non era più solo un cantante, era diventato un bersaglio. La gente rideva, ma nei palazzi del potere qualcuno smise di ridere. Forse proprio in quei giorni il suo destino fu segnato. Non si può sputare in faccia al sistema e sperare di uscirne indenny. Il successo diventa così una gabbia dorata.
Rino voleva essere ascoltato, invece viene solo consumato. Lui urla verità scomode, loro ballano. Questa incomprensione è una ferita che non smette di sanguinare. Così inizia la discesa. La notte diventa il suo unico regno. I bar di Roma diventano il suo confessionale. arriva l’alcol, non il vino conviviale delle feste, ma il whisky pesante, quello che brucia la gola e spegne i pensieri.
Beveva per dimenticare di essere un prodotto commerciale. Beva per sopportare il peso di essere un genio scambiato per un pagliaccio. Beva perché in mezzo a milioni di fan si sentiva l’uomo più solo della terra. Gli amici vedono lo sguardo che cambia. Non è più solo malinconico, è vitreo. Scrive canzoni sempre più profetiche, sempre più amare.
C’è chi dice che stesse cercando di scappare da quel personaggio che lo stava divorando vivo. Il giullare rideva fuori, ma dentro l’uomo stava annegando. Ma attenzione, quello che abbiamo visto finora è solo la superficie. Dietro le risate sguaiate e i bicchieri vuoti si nascondeva un segreto che fa tremare i polsi, un presagio oscuro che Rino aveva seminato nelle sue stesse opere, come briciole di pane che conducono verso il baratro.

Siamo nel 1980. L’aria attorno al rino è cambiata, è diventata pesante, quasi irrespirabile. Il giullare non ride più. L’album E io ci sto non è solo un disco, è un ultimatum. È il tentativo disperato di un uomo che cerca di affermare la propria esistenza mentre tutto attorno a lui inizia a sgretolarsi. La critica è fredda, il pubblico è distratto, quella connessione magica che aveva con la gente sembra essersi spezzata, interrotta da un segnale disturbato.
Rino è stanco, stanco delle etichette, stanco di dover sempre sorprendere. Si rifugia nell’amore, decide di sposare Amelia, la sua compagna di sempre, la sua ancora di salvezza. Cerca una normalità che la fama gli ha rubato. Cerca di scappare dal personaggio Rino Gaetano per tornare a essere semplicemente salvatore. Acquista una Volvo 343 grigia, un’auto solida, sicura, ma c’è un’ombra ancora più scura che avvolge questi ultimi giorni. Rino aveva paura.
Gli amici raccontano che si sentiva pedinato. Riceveva telefonate mute nel cuore della notte. C’è chi dice che avesse scoperto qualcosa, forse legato ai segreti della loggia P2, forse collegato a quei nomi intoccabili che aveva usato cantare. Perché un cantante di 30 anni dovrebbe temere per la sua vita? Rino non era depresso, era terrorizzato.
Quella Volvo grigia non era solo un’auto, era diventata il suo bunker, un guscio di metallo per proteggersi da un mondo esterno che percepiva come una minaccia. Ma il destino è un regista crudele che non permette lieti fini. La sera del primo giugno 1981 Rino esce di casa da solo. Nessuno sa cosa pensasse in quelle ultime ore.
Forse cercava ispirazione, forse cercava solo silenzio o forse, come molti sospettano, stava scappando da qualcuno. Vaga per i locali di Roma, ma è un fantasma tra i vivi. Be qualcosa, scambia poche parole. Ma lo sguardo è altrove. Controlla gli specchietti, guarda fuori dalla vetrina. È già lontano.
Rino sta inconsapevolmente dicendo addio a tutto ciò che amava. Il 4 giugno 1981 Roma si ferma. La chiesa del Sacro Cuore di Gesù è troppo piccola per contenere il dolore. C’è una folla immensa. Ci sono gli amici, i colleghi, i fan. Quelli che lo avevano ignorato ora piangono. Quelli che lo avevano criticato, ora lo esaltano. È l’ipocrisia finale, l’ultimo spettacolo a cui Rino è costretto a partecipare, questa volta da muto protagonista.