Non fu un urlo a svegliare Garlasco in quella maledetta mattina d’agosto del 2006. Fu il silenzio. Un silenzio così denso, asfissiante e innaturale che sembrava costruito su misura per nascondere qualcosa di inconfessabile. Era il tipo di silenzio che cala inesorabile solo dopo che l’irreparabile si è già consumato. Le strade della piccola provincia pavese erano vuote, intrappolate nell’afa estiva, e il mondo intero sembrava essersi fermato. Eppure, in quella calma apparente e letargica, la vita di una giovane donna si spense nel modo più brutale, inspiegabile e feroce possibile.
Chiara Poggi aveva solo 26 anni. Era una ragazza come tante, con una vita piena di speranze e un futuro luminoso che la attendeva a braccia aperte. Nella sua esistenza non c’erano ombre apparenti, nessun nemico dichiarato, nessuna ragione per pensare che qualcuno potesse covare un odio così profondo da volerle del male. Eppure, proprio nel cuore rassicurante di quella normalità borghese, si nascondeva un male antico e silenzioso, pronto a scagliarsi con inaudita violenza. Poco dopo le dieci del mattino, la tranquillità di una famiglia perfetta andò in frantumi.
Alberto Stasi, il fidanzato schivo e studioso, varcò la soglia della villetta di via Pascoli e trovò Chiara riversa a terra, in un lago di sangue. Non ci fu spazio per la disperazione o per le urla. Ci fu solo la sua voce fredda, glaciale, che componeva il numero del 118: “È caduta dalle scale, è piena di sangue”. Una frase, un tono distaccato, che aprirono le porte a uno dei casi giudiziari più controversi, divisivi e oscuri dell’intera storia italiana.
Da quel preciso istante, la gigantesca macchina del sospetto si mise in moto, inesorabile come un ingranaggio d’acciaio. Alberto divenne il bersaglio perfetto per l’opinione pubblica e per gli inquirenti. La sua naturale compostezza fu tradotta in cinica freddezza; il suo dolore inespresso venne etichettato come distacco da assassino. Ogni sua parola, ogni minimo gesto, ogni immagine rubata dalle telecamere fu vivisezionata, smontata e ricostruita pur di incastrarlo in un puzzle che esigeva a tutti i costi un colpevole da dare in pasto alla nazione. Alberto Stasi fu processato, condannato e incarcerato. Caso chiuso, dissero in molti.
Ma la verità, quella vera, è come l’acqua: puoi tentare di deviarla, puoi chiuderla in una diga di omertà, ma prima o poi trova una fessura per esondare. E oggi, a quasi vent’anni di distanza, quella diga sta inesorabilmente crollando.

Fin dai primi sopralluoghi, in quella villetta teatro degli orrori, c’era qualcosa di clamorosamente stonato. Tra le innumerevoli tracce, impronte e macchie di sangue, spiccava un’anomalia che nessuno volle guardare con la giusta attenzione: un’impronta di scarpa numero 33. Era stampata chiara e nitida sul pavimento, proprio vicino alle scale dove la vita di Chiara era stata interrotta. Quell’impronta non apparteneva ad Alberto Stasi, il cui piede era notevolmente più grande, e non apparteneva nemmeno alla povera vittima.
Come fu trattata questa prova regina? Fu archiviata in fretta e furia come un mero errore di repertazione, un segno casuale lasciato forse da un soccorritore. Ma chi frequenta le aule di tribunale sa perfettamente che nel caos di un omicidio nulla è casuale. Quell’impronta, oggi, torna a urlare la sua verità. Le nuove indagini e i recenti reportage investigativi, guidati dalle inchieste de “Le Iene”, suggeriscono che quella traccia sia pienamente compatibile con la scarpa di un altro giovane, un frequentatore della cerchia di amicizie della ragazza.
Un nome, quello di Andrea Sempio, che all’epoca non finì mai sotto i riflettori dei media, ma che era una presenza costante nelle foto di gruppo, nelle feste di paese, nei messaggi incrociati.
Ma se pensate che l’orrore si fermi a un’impronta trascurata, preparatevi a scendere in un abisso molto più profondo e spaventoso. Le recenti scoperte non parlano solo di indagini fatte male, ma sussurrano la terribile parola “depistaggio”. Durante le meticolose analisi dei reperti biologici prelevati dal corpo di Chiara, i medici legali individuarono un profilo di DNA maschile completamente sconosciuto. Lo battezzarono “Ignoto 3”. Era un frammento microscopico ma vitale, rimasto incastrato sotto le unghie della ragazza, il segno inequivocabile di una lotta feroce, di una resistenza disperata contro il suo carnefice.
Il laboratorio iniziò a processare il campione, la verità era letteralmente a un passo dallo schermo del computer. Poi, l’impossibile. Un improvviso e totale blackout. Le macchine si spensero simultaneamente, i server si bloccarono e i file contenenti il profilo genetico di Ignoto 3 si corrosero, sparendo per sempre. I rapporti ufficiali parlarono di un “guasto tecnico”. Ma chi era presente quella notte giura di aver sentito un rumore secco, e un tecnico scoprì un cavo dell’alimentazione tranciato di netto nel quadro elettrico. La relazione su quel sabotaggio fu scritta, protocollata, e poi magicamente volatilizzata nel nulla.
La prova che avrebbe potuto salvare Stasi o condannare un altro mostro fu cancellata nell’esatto istante in cui stava per venire alla luce.
La storia di Garlasco diventa così un mosaico dove ogni tessera sembra condurre verso una direzione inaspettata: la palestra di Mortara. Nelle settimane successive al delitto, questo luogo di cemento e specchi divenne il ritrovo di un gruppo di giovani impenetrabile. Li chiamavano “il cerchio”. Un gruppo unito da rituali strani e da un simbolo inquietante: la lettera “X”. Quella X nera compariva sui loro diari, incisa sui braccialetti di cuoio, addirittura tatuata sulla pelle.
Le telecamere interne di quella palestra non funzionavano – un altro provvidenziale blackout – e i registri elettronici mostravano accessi anomali alle 3 e alle 4 del mattino, proprio nei giorni successivi al massacro di via Pascoli. Testimoni parlano di luci accese a notte fonda, del rumore di spazzole metalliche e di un fortissimo odore di candeggina, come se qualcuno stesse pulendo disperatamente delle prove incriminanti.

Al centro di questo circolo oscuro orbitavano due figure enigmatiche: le “gemelle K”. Bionde, riservate, onnipresenti sullo sfondo ma mai coinvolte formalmente. Nei loro diari, rinvenuti anni dopo, sono apparse frasi che fanno gelare il sangue nelle vene: “Quest’estate sarà memorabile”, “Il riscatto arriverà”. Frasi vergate poche settimane prima che Chiara venisse uccisa. E il mistero si infittisce: un anziano residente testimoniò che la notte prima dell’omicidio vide un’auto scura parcheggiata a cento metri da casa Poggi. All’interno c’erano due persone.
Una era una ragazza bionda con una bandana nera che, in rigoroso silenzio, scattava una raffica di fotografie in direzione della villetta. Quando all’anziano fu mostrata una foto del gruppo di Mortara, egli puntò il dito tremante verso una delle gemelle: “Era lei, non posso sbagliarmi”. Nessuno, all’epoca, volle approfondire questa pista clamorosa. Nessuno volle chiedersi perché un membro di quel gruppo dovesse sorvegliare la futura scena del crimine.
Come se non bastasse, dagli archivi secondari di Vigevano è spuntato di recente un reperto che ha il sapore di un terremoto giudiziario. Una vecchia registrazione su nastro magnetico, captata in un bar locale pochi giorni dopo la morte di Chiara. Due voci maschili dialogano nel frastuono. Una dice con rabbia e cinismo: “Lei se l’è cercata, adesso è finita”. L’altra voce, più tremante e carica di angoscia, ribatte: “Non doveva andare così, non con lei”. Perizie foniche all’avanguardia hanno escluso categoricamente che una di queste voci appartenga ad Alberto Stasi.
Una di esse, invece, presenta una marcata inflessione dialettale tipica della zona di Mortara. Quando un ex ispettore di polizia ascoltò quel nastro nel 2006, la sua reazione fu il gelo assoluto. Poco dopo, chiese un trasferimento per “motivi personali”, sussurrando ai colleghi di non voler più avere nulla a che fare con il pantano di Garlasco.
E che fine hanno fatto i reperti svaniti? Un accendino cromato con un teschio inciso, fotografato a un passo dal sangue, non esiste nei verbali. Un braccialetto nero con un ciondolo metallico a forma di X, identico a quelli indossati dalla setta di Mortara e repertato il 14 agosto dalla scientifica, è stato cancellato con il bianchetto dalla lista ufficiale. Una scatola di legno ritrovata anni dopo custodiva ritagli sull’omicidio, disegni di una scala identica a quella di via Pascoli e la scritta trionfale “La lezione è servita” accanto alla firma “era con noi”.
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Oggi, una mail anonima recapitata alle redazioni televisive riassume l’orrore in pochissime, taglienti parole: “Non era solo, e non era l’unico”. Garlasco non troverà mai pace finché questo muro di omertà, di paure e di depistaggi di Stato non verrà raso al suolo. Il fantasma di Chiara Poggi cammina ancora per quelle strade silenziose e ci chiede, con disperata insistenza, che finalmente venga fatta luce su un abisso dove la verità è stata deliberatamente assassinata insieme a lei.