Scuole chiuse per Ramadan? Valditara gela la Schlein: “Siamo in Italia, basta sottomissione culturale”
Il panorama scolastico italiano è diventato l’ultimo, e forse il più acceso, campo di battaglia di una guerra culturale che sta dividendo il Paese. Al centro dello scontro ci sono due visioni diametralmente opposte: da una parte il Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, deciso a riportare ordine, autorità e identità nazionale tra i banchi; dall’altra la segretaria del PD, Elly Schlein, portavoce di un modello basato sull’inclusione spinta e sulla decostruzione delle tradizioni.
Il casus belli più recente? La decisione di alcuni presidi di sospendere le lezioni in occasione della fine del Ramadan, una scelta che ha scatenato una reazione senza precedenti da parte del Ministero.

La sovranità culturale contro l’autocancellazione
“Siamo in Italia e le scuole restano aperte”. Con questa frase, il Ministro Valditara ha tracciato una linea netta. Il caso di Pioltello, dove la chiusura per la festa islamica è stata difesa a spada tratta dalla sinistra come un “grande segnale di inclusione”, è stato etichettato dal governo come un atto di sottomissione culturale. Il ragionamento del Ministro è di un’evidenza schiacciante: in nessun paese a maggioranza islamica si chiuderebbero le scuole per Natale o Pasqua. Perché allora l’Italia dovrebbe vergognarsi delle proprie radici cristiane e classiche per correre a celebrare quelle altrui?
Il paradosso sollevato è doloroso: per anni la sinistra ha invocato la laicità per rimuovere i crocifissi dalle aule e vietare i presepi, arrivando a rinominare il Natale come “festa d’inverno” per non urtare la sensibilità dei non cristiani. Tuttavia, quella stessa laicità sembra evaporare quando si tratta di fare spazio a usanze islamiche. Secondo Valditara, questa non è tolleranza, ma pura ipocrisia che punta alla “disintegrazione” dell’identità italiana.
Il ritorno del rigore: voto in condotta e stop agli smartphone
Oltre alla battaglia identitaria, la riforma Valditara punta a ricostruire il concetto di autorità, letteralmente demolito da cinquant’anni di pedagogia permissiva. La novità più discussa è il ritorno del voto in condotta che fa media: chi prende cinque viene bocciato, senza eccezioni. Non importa se lo studente è un genio nelle materie curriculari; se non rispetta l’autorità o bullizza un compagno, deve ripetere l’anno.
A questo si aggiunge la stretta sui cellulari: vietati alle elementari e alle medie anche per scopi didattici. Si torna alla carta e alla penna, al diario cartaceo e allo sguardo rivolto verso l’insegnante invece che verso uno schermo. È un atto di “disintossicazione mentale” necessario per generazioni di ragazzi che, secondo il Ministro, stanno perdendo la capacità di concentrazione e di scrittura in corsivo, diventando “zombie dei social”.
Chi rompe paga: la responsabilità delle famiglie

Un altro punto di rottura totale con il passato riguarda il ruolo dei genitori. Valditara ha introdotto una norma rivoluzionaria: se uno studente danneggia la scuola, rompe un computer o imbratta un muro, la famiglia paga di tasca propria. Finita l’epoca in cui i danni venivano ripianati dai contribuenti. Inoltre, le sospensioni non saranno più “vacanze premio” da passare alla PlayStation, ma si trasformeranno in lavori socialmente utili. Il messaggio è chiaro: l’educazione passa attraverso la consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni.
Questo si lega alla protezione dei docenti. Il professore torna a essere un pubblico ufficiale. Chi aggredisce un insegnante non dovrà più vedersela solo con il singolo individuo, ma con lo Stato, che garantirà la difesa legale gratuita. È la fine dell’umiliazione sistematica dei docenti da parte di studenti prepotenti e genitori “sindacalisti” che corrono a minacciare ricorsi al TAR per ogni brutto voto.
Merito e lavoro: la nobiltà delle professioni tecniche
La parola “Merito”, aggiunta al nome del Ministero, rimane il bersaglio preferito delle critiche di Elly Schlein, che la considera discriminatoria. Ma per Valditara, il merito è l’unico vero “ascensore sociale”. Senza la valorizzazione dell’impegno, il figlio dell’operaio rimarrà sempre indietro rispetto al figlio del ricco, che può contare su altre risorse.
In quest’ottica si inserisce il rilancio degli istituti tecnici e la nascita del liceo del “Made in Italy”. Il governo vuole abbattere lo snobismo che considera i percorsi professionali come scuole di serie B. L’Italia ha bisogno di tecnici specializzati, artigiani e manager della moda e del design. Valorizzare queste competenze significa dare dignità al lavoro manuale e garantire un futuro lavorativo certo ai giovani, invece di alimentare il numero di laureati disoccupati in discipline slegate dal mercato.
La scuola come baluardo della libertà
Lo scontro tra Valditara e Schlein non riguarda solo i programmi, ma l’idea stessa di società. Da un lato una scuola che vuole “formare cittadini italiani fieri”, dall’altra una visione che vorrebbe trasformare le aule in centri di indottrinamento “woke”, dove l’identità è una colpa e la biologia è un’opinione. Il Ministro è stato categorico anche sull’educazione affettiva: spetta alle famiglie, non ad associazioni esterne con agende politiche, parlare di sessualità ai minori.
In conclusione, la battaglia di Giuseppe Valditara è una corsa contro il tempo per salvare la scuola dal declino culturale. Non è solo una questione di voti o calendari, ma della sopravvivenza stessa di una nazione che ha bisogno di adulti forti, resilienti e consapevoli delle proprie radici. La maggioranza silenziosa delle famiglie sembra essere con lui, stanca di una scuola che per troppo tempo è stata un “parcheggio” senza regole. Ora, la sfida è trasformare queste riforme in una realtà duratura, contro ogni resistenza ideologica.