CONTENUTI ESTREMAMENTE SENSIBILI – SOLO PER MAGGIORENNI (18+)
Questo post si riferisce all’esecuzione sommaria senza processo di una rivoluzionaria ventottenne avvenuta nel 1918. Condiviso esclusivamente a scopo di divulgazione storica e in memoria delle vittime del terrore politico nel primo periodo sovietico.
L’esecuzione di Fanny Kaplan – La donna che sparò a Lenin (1890–1918)
La sera del 3 settembre 1918, nel cortile interno del Cremlino, la rivoluzionaria ebreo-ucraina ventottenne Fanny Efimovna Kaplan (vero nome Feiga Haimovna Roytblat) fu colpita alla nuca da un singolo proiettile e il suo corpo fu immediatamente cremato. Nessun processo. Nessun testimone. Nessuna registrazione ufficiale.

Tre giorni prima, il 30 agosto 1918, presso la fabbrica Mikhelson di Mosca, Kaplan si era avvicinato a Vladimir Lenin mentre questi usciva da una riunione e aveva sparato tre colpi con una pistola Browning. Due proiettili lo colpirono: uno al collo, l’altro alla spalla. Lenin sopravvisse, ma l’attentato fornì alla leadership bolscevica il pretesto di cui aveva bisogno.
Anarchica per tutta la vita e in seguito membro del Partito Socialista Rivoluzionario (SR), Kaplan aveva già trascorso undici anni brutali nei campi di lavoro forzato zaristi (1906-1917) per il suo coinvolgimento in un attentato terroristico. Resa cieca per diversi anni dalle condizioni in Siberia, riacquistò parzialmente la vista solo dopo la Rivoluzione di febbraio.
Verso la metà del 1918 era giunta a considerare Lenin il più grande traditore della rivoluzione: aveva sciolto l’Assemblea Costituente (in cui i socialisti rivoluzionari detenevano la maggioranza), messo al bando tutti i partiti di opposizione e trasformato la Russia in una dittatura a partito unico.

Durante un breve interrogatorio da parte della Čeka, dichiarò apertamente: “Ho sparato a Lenin perché ha tradito la rivoluzione… Ho fatto il mio dovere nei confronti del popolo e della rivoluzione”.
Si rifiutò di rivelare i nomi di eventuali complici. Su ordine diretto di Yakov Sverdlov, il comandante della Čeka Dmitry Malkov e il poeta rivoluzionario Varlam Avanesov eseguirono personalmente l’esecuzione. Le ceneri sarebbero state gettate in uno scarico.
Il tentato assassinio di Lenin divenne la giustificazione ufficiale per il decreto del 5 settembre 1918 che reintrodusse formalmente la pena di morte e scatenò il Terrore Rosso: decine di migliaia di persone sarebbero state giustiziate senza processo nei mesi successivi.

Oggi ricordiamo Fanny Kaplan non per glorificare la violenza politica, ma per riconoscere la tragedia di una rivoluzione che ha divorato i propri figli; per onorare tutti coloro – di ogni fazione – che persero la vita nel terrore fratricida del 1918-1921; e per ricordarci che il percorso dall’idealismo rivoluzionario all’esecuzione sommaria in un cortile del Cremlino può talvolta durare solo diciotto mesi.
La storia di Fanny Kaplan è una delle più controverse e misteriose legate alla Rivoluzione Russa. Il suo nome è entrato nella storia dopo il tentato assassinio di Vladimir Lenin nel 1918, un evento che cambiò profondamente il corso politico della giovane Unione Sovietica e segnò l’inizio di una fase ancora più dura e repressiva.
Nata con il nome di Feiga Roytblat alla fine del XIX secolo, Kaplan fu coinvolta fin da giovane nei movimenti rivoluzionari contro il regime zarista. Arrestata e condannata ai lavori forzati, trascorse anni in condizioni estremamente dure, che compromisero gravemente la sua salute, inclusa la vista. Dopo la caduta dello zarismo, tornò in libertà, ma il suo rapporto con i bolscevichi guidati da Lenin si rivelò ben presto conflittuale.
Il 30 agosto 1918, Lenin fu colpito da colpi di arma da fuoco all’uscita di una fabbrica a Mosca. Sopravvisse all’attacco, ma le conseguenze furono gravi e durature. Kaplan venne arrestata quasi immediatamente e identificata come la principale sospettata. Secondo le autorità bolsceviche, fu lei ad aver sparato, motivata da una forte opposizione politica verso Lenin e la direzione presa dalla rivoluzione.
Il contesto in cui avvenne l’attentato era estremamente teso. La Russia era nel pieno della guerra civile, con conflitti interni tra diverse fazioni rivoluzionarie e controrivoluzionarie. L’attacco a Lenin fu percepito come una minaccia diretta alla sopravvivenza del nuovo governo bolscevico. Di conseguenza, la reazione fu immediata e severa.
Kaplan fu interrogata dalla Čeka, la polizia segreta istituita dai bolscevichi. Durante gli interrogatori, avrebbe ammesso la propria responsabilità, dichiarando di aver agito per convinzioni politiche. Tuttavia, molti storici mettono in dubbio le circostanze di queste confessioni, sottolineando la mancanza di un processo pubblico e di prove indipendenti.
Pochi giorni dopo l’attentato, senza un vero processo formale, Kaplan fu condannata a morte. L’esecuzione avvenne il 3 settembre 1918 a Mosca, in modo rapido e senza possibilità di difesa legale. Questo episodio è spesso citato come uno dei primi segnali della cosiddetta “Terrore Rosso”, una campagna di repressione politica avviata dal governo bolscevico contro i suoi oppositori.
Le ultime parole attribuite a Kaplan restano oggetto di dibattito. Secondo alcune fonti, avrebbe dichiarato di non rimpiangere le sue azioni, sostenendo di aver agito per ciò che riteneva giusto per il futuro della Russia. Tuttavia, l’assenza di testimonianze indipendenti rende difficile verificare con certezza queste affermazioni.
La figura di Fanny Kaplan è ancora oggi al centro di discussioni tra storici e studiosi. Per alcuni, rappresenta una rivoluzionaria disillusa che si oppose a quello che vedeva come un tradimento degli ideali originari. Per altri, è una figura utilizzata dal regime come giustificazione per intensificare la repressione.
L’attentato a Lenin e la successiva esecuzione di Kaplan ebbero conseguenze profonde. Rafforzarono il potere dei bolscevichi e contribuirono a legittimare misure sempre più dure contro i dissidenti. Allo stesso tempo, segnarono un punto di svolta nella storia della Russia, mostrando quanto rapidamente una rivoluzione potesse trasformarsi in un sistema autoritario.
Oggi, la storia di Kaplan viene studiata non solo come un episodio isolato, ma come parte di un periodo più ampio caratterizzato da instabilità, conflitto e trasformazioni radicali. Il suo destino riflette le tensioni e le contraddizioni di un’epoca in cui ideali rivoluzionari e realtà politica entrarono spesso in collisione.
👉 La sua vicenda rimane un potente promemoria di quanto complessa e spesso tragica possa essere la storia, soprattutto nei momenti in cui il cambiamento politico avviene con rapidità e violenza.