Questo articolo ripercorre l’ultima esecuzione nella storia britannica – la morte di Gwynne Evans e Peter Allen il 13 agosto 1964 – analizzandone il contesto legale, il crimine che portò alla loro condanna a morte e le conseguenze a lungo termine per il movimento abolizionista nel Regno Unito. Il contenuto si basa su un articolo del Guardian del 2014 e su fonti storiche. È pubblicato a solo scopo didattico e documentaristico, senza intento di glorificare la violenza.
Le ultime esecuzioni in Gran Bretagna: l’impiccagione discreta di due criminali disoccupati
Immagine composita di Gwynne Evans e Peter Allen
Alle 8:00 del mattino del 13 agosto 1964, due uomini furono condotti al patibolo in due diverse prigioni del nord dell’Inghilterra. Gwynne Evans, 24 anni, morì nella prigione di Strangeways a Manchester. Peter Allen, 21 anni, morì nella prigione di Walton a Liverpool. Non ci fu nessuna folla inferocita, nessuna protesta pubblica, nessun titolo sensazionalistico. Solo poche righe sulla stampa nazionale. Evans e Allen erano due disoccupati di Preston che avevano picchiato a morte un uomo di 53 anni per rubargli 10 sterline.
All’epoca, nessuno sapeva che le loro morti sarebbero diventate una pietra miliare storica: Evans e Allen furono le ultime due persone giustiziate sul suolo inglese. Cinquant’anni dopo, i loro nomi sono ricordati come una nota a piè di pagina significativa nella storia del movimento abolizionista. Questo articolo analizza il contesto, gli eventi e il significato duraturo dell’ultima esecuzione nel Regno Unito.
In primo luogo, il contesto giuridico e il crimine commesso da Evans e Allen riflettono un periodo di transizione cruciale nella storia della pena capitale britannica, quando la pena di morte non era più automatica per tutti gli omicidi.
Prima del 1957, quasi ogni omicidio poteva comportare la pena di morte. La legge sull’omicidio del 1957 cambiò le cose: la pena capitale non era più automatica, ma riservata a determinate categorie particolarmente gravi, tra cui l’omicidio commesso durante un furto. Fu proprio questa disposizione a mandare Evans e Allen al patibolo. Il 7 aprile 1964, i due disoccupati di Preston si diressero in Cumbria a bordo di un’auto rubata, accompagnati dalla moglie e dai due figli di Allen.
Il loro obiettivo era John “Jack” West, un scapolo di 53 anni che guidava un furgone per la lavanderia e che Evans conosceva. Il piano era una rapina, ma finirono per picchiare West a morte. Un vicino del villaggio di Seaton, svegliato da un rumore sospetto, vide l’auto allontanarsi a tutta velocità. Il corpo seminudo di West fu ritrovato in seguito in una pozza di sangue. Entro 48 ore, entrambi gli uomini furono arrestati e incriminati. La polizia fu notevolmente aiutata da una prova apparentemente insignificante: Evans aveva dimenticato il suo impermeabile sul luogo del delitto.
In secondo luogo, il processo e gli appelli si sono svolti rapidamente e, poche settimane prima dell’esecuzione, entrambi gli uomini speravano ancora di vivere. Ma il destino non era dalla loro parte.
Evans e Allen furono condannati nel giugno del 1964. I loro ricorsi contro la condanna a morte furono respinti il 21 luglio. La data dell’esecuzione fu fissata per il 13 agosto. Il criminologo Steve Fielding, autore di oltre 20 libri sulle impiccagioni britanniche, ritiene che la scarsa attenzione dei media sia stata dovuta alla natura “discreta” del crimine. Fielding ha affermato: “Certamente, due ragazzi di Preston che hanno commesso un omicidio in Cumbria, non avrebbero certo fatto parlare di sé i media londinesi, no?”.
Rispetto a criminali famigerati o casi politicamente controversi, Evans e Allen erano delinquenti di poco conto, comuni. Ed è stata proprio questa ordinarietà – due uomini disoccupati che uccidevano per 10 sterline – a rendere la loro storia tragica a suo modo.
In terzo luogo, gli ultimi istanti di vita di Peter Allen prima della morte hanno lasciato un’immagine inquietante, ma nel complesso l’esecuzione è stata descritta come “ordinaria” – perché all’epoca nessuno sapeva che sarebbe stata l’ultima.
Nel carcere di Walton, il boia Robert “Jock” Stewart eseguì la condanna a morte di Allen. Fielding raccontò che Stewart menzionò un dettaglio doloroso: il giorno prima dell’esecuzione, la moglie di Allen gli fece visita per l’ultima volta. Erano separati da un vetro che si supponeva antiproiettile. Al termine della visita, Allen si scagliò contro il vetro, lo ruppe e si ruppe il pollice. Così, la mattina dell’esecuzione, quando Stewart arrivò per immobilizzargli le mani dietro la schiena, il pollice di Allen era pesantemente fasciato. Mentre veniva condotto dalla cella dei condannati al patibolo, gridò una sola parola: “Gesù”.
Circa 20 anni dopo, Fielding si recò a Liverpool per incontrare il boia assistente, ormai deceduto. L’assistente disse che si trattava di un’esecuzione di routine, come tutte le altre che aveva condotto. Niente di sensazionale. Naturalmente, all’epoca non sapevano che sarebbe stata l’ultima esecuzione.
In quarto luogo, due mesi dopo l’impiccagione di Evans e Allen, il governo laburista salì al potere e, poco dopo, una votazione della Camera dei Comuni sospese la pena capitale per cinque anni attraverso il Murder Act del 1965. Nel 1969, la sospensione divenne permanente.
Questo cambiamento politico ha reso Evans e Allen gli ultimi. Gli abolizionisti credono che il Regno Unito dovrebbe essere orgoglioso della posizione assunta. Audrey Gaughran, direttrice delle questioni globali di Amnesty International, ha affermato: “Riflettendo su questi 50 anni, credo che ciò che speriamo le persone ne traggano sia, prima di tutto, un senso di orgoglio per il fatto che il Regno Unito sia un paese abolizionista e lo sia da così tanto tempo”.
Ha anche sottolineato uno dei principali argomenti contro la pena di morte nel Regno Unito al momento dell’abolizione: “la questione dell’irreversibilità della pena di morte” e il fatto che “le condanne non sono sempre sicure”, il che significa che persone innocenti potevano essere, e sono state, giustiziate ingiustamente.
A livello globale, il numero di esecuzioni ha mostrato una tendenza al ribasso continua. Gaughran ha osservato che coloro che chiedono il ripristino della pena capitale spesso la considerano “una soluzione rapida, soprattutto in periodo elettorale”, piuttosto che un modo per affrontare la percezione della criminalità. Tuttavia, secondo un articolo del Guardian del 2014, c’erano ancora voci che chiedevano il ritorno della pena capitale nel Regno Unito in seguito ad attacchi terroristici o crimini particolarmente efferati. Ma fino ad oggi, la Gran Bretagna è rimasta fedele alla decisione del 1965.
Gwynne Evans e Peter Allen non furono i criminali più famigerati della storia britannica. Erano due uomini comuni, disoccupati, che commisero un crimine comune (omicidio per 10 sterline), furono catturati per un impermeabile dimenticato e giustiziati nell’indifferenza pubblica. Eppure fu proprio questa loro normalità a conferire loro un particolare significato storico: furono gli ultimi. La loro silenziosa esecuzione chiuse un capitolo lungo secoli e inaugurò l’era dell’abolizione della schiavitù nel Regno Unito. Oggi, guardando indietro, la storia di Evans e Allen non è semplicemente la storia di due criminali.
È la storia di una società che decise che, per quanto grave fosse il crimine, lo Stato non avrebbe dovuto avere il potere di togliere la vita a un essere umano, perché la giustizia, per quanto perfetta, può commettere errori, e quell’errore è irreversibile. La morte di Evans e Allen, quindi, non è solo una morte. È un punto fermo.