C’è un luogo all’estremo confine orientale dell’Italia, a pochi passi dall’altopiano del Carso e a una manciata di chilometri dal Golfo di Trieste, nel quale ogni giorno si rinnova un rituale della memoria e del presente. Al primo sole che si arrampica oltre la cima del Monte Seibusi, in provincia di Gorizia, è stato affidato il compito di chiamare all’appello per l’eternità 100.

Il sacrario di Redipuglia,  che viene inaugurato nel 1938,   è di fatto l’ultima tappa di una  strategia coerente da parte del   regime per costruire una memoria  trionfale della Grande Guerra. Il complesso nasce per raccogliere in un  unico sito le salme provenienti da 89 luoghi   di sepoltura improvvisati nelle vicinanze  durante gli anni del massacro. Ma non solo.

Il ricordo collettivo del conflitto si articola  fondamentalmente in due grandi stagioni. Negli anni ’20 ogni comune tende a costruire  il proprio monumento ai caduti e si assiste   alla costruzione di una memoria dispersa,  frammentata, a volte anche contraddittoria. Poi con la costruzione del regime fascista si   articola la necessità di avere  una memoria gloriosa, eroica,   in cui si sottolinea la bellezza del morire  in battaglia per la patria, non il dolore.

L’edificazione del sacrario è dunque  la tappa cruciale di un tentativo,   già in atto da tempo, di cambiare  definitivamente la mentalità degli   italiani e la loro percezione  della prima guerra mondiale. Redipuglia è ossessivo nella sua volontà  di sottolineare la bellezza del sacrificio.  Era una vecchia aspirazione. Questa non è  un’idea originale del regime.

 L’idea è che   l’Italia debba diventare una grande potenza  e che questo status di grande potenza debba   essere raggiunto attraverso il ferro e  il fuoco, attraverso una dimostrazione di   corale entusiasmo in una grande guerra.  Ecco, Redipuglia è esattamente questo,   è la manifestazione simbolica del fatto che gli  italiani si sono sacrificati collettivamente   e con entusiasmo perché il loro è stato  un sacrificio nobile, perché loro sono i   martiri della più grande Italia. Redipuglia è la  chiesa del culto della nuova patria imperiale.

Monte San Michele, San Martino, Bosco  Cappuccio. Sono questi i nomi delle   località del Carso e dell’Isonzo, sulle  quali, secondo la rappresentazione fascista,   i soldati italiani si sarebbero  sacrificati con entusiasmo. In realtà ciascuno di quei nomi ricorda un luogo   in cui si è consumato, in pochi mesi,  lo sterminio di intere generazioni. 

38 lapidi in bronzo, poste all’ingresso  del sacrario, li rievocano uno ad uno. È la via eroica che conduce dritta alla  tomba di Emanuele Filiberto Duca d’Aosta,   chiamato l’invitto, al pari  dell’armata che comandava, la terza. La terza armata è indiscutibilmente l’unità,  la grande unità dell’esercito italiano su cui   pesa di più l’intero conflitto.

 Questo spiega  in larga parte perché poi attorno alla terza   armata si costruisca uno dei grandi teatri della  memoria collettiva italiana della Grande Guerra.   È alla terza armata che è particolarmente  dedicato il sacrario di Redipuglia. La terza armata è al centro  dell’idea di una guerra invitta.   Invitto è il termine che viene associato a  questa grande unità e che fa i conti con il   tentativo di costruire un mito positivo  attorno alla disfatta di Caporetto.

Il sepolcro del Duca d’Aosta è ricavato da un  blocco di marmo rosso della Valcamonica del peso   di 75 tonnellate. Dietro, allineati, cinque  monoliti di granito contengono le urne dei   generali Antonio Chinotto, Tommaso Monti, Giovanni  Prelli, Giuseppe Paolini e Fulvio Riccieri. Alle spalle del piazzale c’è la trincea blindata,  un sistema difensivo che risale al 1915,   la cui presenza ricorda a ciascun visitatore  che su ogni centimetro di suolo che calpesta,   durante la Grande Guerra si  è combattuto disperatamente.

Sulla sommità del sacrario si trovano  due grandi tombe comuni per le 60.330   salme dei caduti ignoti. Ma Redipuglia è soprattutto la Scalea. 22  gradoni che contengono le salme dei 39.857   caduti noti, disposte in ordine alfabetico  in loculi rivestiti da lastre di bronzo.  In cima alla scalinata si stagliano tre croci,  che associano esplicitamente il  sacrificio di Gesù a quello dei caduti.

La prima volta che ho sfogliato il diario  di un soldato avevo 24 anni. Studiavo per   laurearmi. Tra le pagine rese fragili dal  tempo che esigono di essere toccate con   cura e delicatezza, ho trovato l’orrore. Sofferenze, malnutrizione, sporcizia,   ferite, amputazioni, fucilazioni, morte.

  Com’è possibile che un essere umano,   che milioni di esseri umani abbiano  sopportato tutta quella violenza?  Poi ho scoperto che quel soldato aveva affrontato  il suo Calvario a soli 19 anni, cinque meno di me.  Una sua foto scolorita è scivolata fuori  dal taccuino che tenevo in mano. Come può   quel volto pulito? Come possono quegli occhi  buoni appartenere a un feroce combattente? Cari genitori, grazie ai fiori che mi avete  mandato. Li ho adorati, ma sono distante.

 Io   ho sempre voglia di ricevere nuove lettere, magari  tutti i giorni, ma quando le leggo, tante volte,   mi vengono le lacrime agli occhi. Se Dio manterrà  la gloria un giorno, chissà che ritorneremo. Carissima Peppinuzza, una fucilata sparatami da  un testone croato mi colpì alla coscia destra   e si limitò a scavare nella massa muscolare un  canale che guarirà in una quindicina di giorni.  

Per il resto sto benissimo e appena  guarito ritornerò tra i miei soldati. Le vicende personali di questi due  soldati e di centinaia di migliaia   come loro si sono consumate sullo  sfondo delle battaglie che hanno   avuto come epicentro la zona di Redipuglia  e come estensione il corso del fiume Isonzo   tra il 24 maggio del 1915 e il 24 ottobre  del 1917, data della rotta di Caporetto. 

In mezzo alle loro voci impresse su carta,  dagli scaffali degli archivi della memoria   se ne levano una moltitudine a raccontare  30 mesi di scontri sanguinosi e inutili. In un dialogo muto che si ripete tutti i giorni  a Redipuglia, i raggi del sole illuminano   ciascuna delle innumerevoli scritte Presente che  dominano il complesso monumentale, come a esigere   dai soldati sepolti una risposta a un ipotetico  appello, un richiamo a compiere il proprio dovere.

Centinaia e centinaia di volte la parola Presente.   È questo il messaggio che il fascismo ha  voluto scolpire sopra le ossa di ogni caduto. Ufficiali o fanti, padri o figli, ricchi o  poveri, eruditi o analfabeti, tutti presenti,   tutti uguali al cospetto di un destino comune.

  La chiamata alle armi, l’inquadramento,   la partenza per il fronte, l’uniforme, il fucile,  la morte, la sepoltura. E l’adesione allo sforzo   bellico che si protrae oltre l’estremo sacrificio,  persino dopo aver dato la vita per la patria. Redipuglia deve testimoniare il fatto che  gli italiani sono diventati un popolo di   guerrieri e che i 650.

000 caduti non sono  ricordati con dolore o non solo con dolore,   sono ricordati in qualche modo  con soddisfazione, con entusiasmo. Un messaggio reso compatto e uniforme con la  spersonalizzazione del singolo soldato che nel   sacrario è ricordato solo attraverso  il nome, il cognome, la collocazione   nell’esercito e nella gerarchia militare.

 Non  un luogo di nascita e di morte, non una foto,   non una storia a raccontare la vita vissuta da  ogni uomo prima di aver conosciuto la trincea. Gerarchia, ordine, simbolismi.  L’obiettivo è ricostruire attraverso   il monumento l’immagine di un esercito  belligerante. Ma dove sono i caduti? Oggi, grazie al lavoro svolto per  anni negli archivi della memoria,   molti soldati morti o sopravvissuti alla  Grande Guerra hanno non solo un nome,   ma anche un volto e una storia da raccontare.

Tra questi luoghi che conservano un  patrimonio dal valore inestimabile ci   sono l’archivio ligure della Scrittura Popolare  di Genova, l’Archivio della Scrittura Popolare   di Trento e l’Archivio Diaristico Nazionale di  Pieve Santo Stefano, in provincia di Arezzo. L’archivio dei diari è la banca della memoria  degli italiani, il luogo in cui depositare il   racconto della propria vita e nel quale andare  a consultare i racconti di vita degli altri.  

Un presidio pensato per non disperdere  il patrimonio della memoria collettiva.  È con questa idea che è stato fondato, nel 1984,  dal giornalista e scrittore Saverio Tutino.  Nel suo complesso l’archivio di Pieve Santo  Stefano custodisce oltre 7.000 tra diari, memorie,   autobiografie, lettere, scambi di email, blog e  ogni altra possibile forma di narrazione di sé. 

Sono testimonianze che vanno dalla  metà del ‘700 ai giorni nostri e che   raccontano i grandi eventi storici degli  ultimi secoli, ma anche piccole vicende   quotidiane o intime, familiari o personali. Il fondo sulla prima guerra mondiale è tra   i più rilevanti, conta quasi 400 unità  per un totale di circa 48.000 documenti.

Le testimonianze raccolte dall’archivio dei  diari sono qualcosa di più di una fonte pur   indispensabile per l’analisi storica. I diari  sono un ponte emotivo tra epoche lontane,   un terreno di incontro tra generazioni, un  anello di congiunzione tra passato e presente. Mi arrampico e mi commuovo e provo disagio.

  Di fronte a ogni gradone del sacrario ripenso   ai volti e alle storie dei ragazzi  che ho conosciuto grazie ai diari.   Sono qui a pochi centimetri, ma  nessuno può vederli né ascoltarli,   né io, né le folle di visitatori  che risalgono la scalea ogni anno. Dall’Archivio di Pieve Santo Stefano affiorano  invece storie esemplari della diversità umana   sepolta a Redipuglia.

 Da quella di  Giuseppe Rossi, un giovane soldato che   teme la guerra e coltiva il sogno, infranto già  nell’estate del 1915, di tornare presto a casa.  A quella di Azzaria Tedeschi, militare di carriera,  maggiore dell’esercito, fervente patriota che   aderisce e partecipa con ogni fibra allo sforzo  bellico, fino a sacrificare la vita in battaglia. Non si potrebbero immaginare due esseri  umani più diversi che il destino ha   deciso di accomunare nella sorte e che oggi  giacciono sotto la stessa scritta: Presente.

Quando l’esercito italiano varca la frontiera  con l’Austria, a partire dalle prime ore del   24 maggio 1915, si trova di fronte  in realtà una scarsissima resistenza,   perché gli austriaci perlopiù hanno abbandonato  la linea di frontiera e si sono rifugiati   dietro una frontiera militare che è stata  lungamente preparata nei mesi precedenti.

Preparata e resa impenetrabile grazie  a opere di rafforzamento costruite con   pazienza e maestria per reggere l’urto di un  esercito nemico. Quelle opere sono le trincee. Anche gli italiani, subito dopo l’entrata  in guerra ne costruiscono, ma sono diverse.  L’Italia ha l’obiettivo dichiarato  di conquistare militarmente   Trento e Trieste. Deve quindi attaccare. Le sue trincee sono figlie degli assalti falliti.  

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