Roma, 1458. La nebbia autunnale avvolgeva le strade di Roma come un sudario, nascondendo i segreti che si celavano dietro le mura dei palazzi vaticani. In quell’epoca di intrighi e complotti, quando il potere temporale si confondeva con quello spirituale, nessuno era al sicuro dalle ambizioni della Chiesa.

Firenze, primavera 1455. Isabella Orsini aveva appena compiuto 17 anni quando suo padre, il conte Rodrigo Orsini, le annunciò che sarebbe partita per Roma. La giovane donna, con i suoi capelli corvini e gli occhi color ambra, era considerata una delle più belle fanciulle della nobiltà fiorentina. “Figlia mia”, disse il conte con voce grave, “la nostra famiglia ha ricevuto un grande onore. Sua Santità, Papa Callisto III, desidera che tu entri al servizio della corte Pontificia come dama di compagnia della duchessa di Spoleto.” Isabella abbassò lo sguardo, nascondendo il turbamento che le stringeva il petto.
Sapeva che rifiutare un invito papale equivaleva a condannare la propria famiglia all’ostracismo politico e sociale. “Come desiderate, padre”, mormorò, le mani strette sul grembo del suo vestito di broccato verde.

Il viaggio verso Roma durò 5 giorni. Isabella viaggiava in una carrozza sontuosa, accompagnata da sua madre, donna Lucrezia, e da due ancelle. Mentre attraversavano le colline umbre, la giovane contemplava il paesaggio con crescente inquietudine, come se ogni miglio la allontanasse non solo da Firenze, ma dalla vita che aveva conosciuto.
Roma, estate 1455. Il palazzo apostolico la accolse con il suo splendore opprimente. Affreschi magnifici decoravano ogni superficie, mentre candele d’oro illuminavano corridoi infiniti. Ma dietro quella magnificenza Isabella percepiva qualcosa di oscuro, un’atmosfera pesante che le toglieva il respiro. Fu durante la sua terza settimana a Roma che incontrò per la prima volta il cardinale Enea Silvio Piccolomini. L’uomo era alto, distinto, con lineamenti aristocratici e occhi penetranti che sembravano leggere nell’anima. A 49 anni era considerato uno degli ecclesiastici più colti e influenti della cristianità. “Madonna Isabella”, la salutò con un sorriso che non raggiungeva gli occhi.
“La vostra bellezza illumina queste sale come il sole del mattino.” Isabella fece una riverenza, sentendo lo sguardo del cardinale indugiare su di lei più del necessario. C’era qualcosa nel modo in cui la osservava che la faceva sentire esposta, vulnerabile.
Autunno, 1455. I mesi passarono e Isabella si abituò alla vita di Corte, anche se non riusciva mai a sentirsi completamente a suo agio. Il cardinale Piccolomini richiedeva sempre più spesso la sua presenza sotto vari pretesti: discussioni letterarie, recitazioni di poesia, passeggiate nei giardini vaticani. “Avete letto Petrarca, mia cara?” le chiese una sera, mentre camminavano sotto gli archi di un chiostro illuminato dalla luna. “Sì, eminenza, mio padre ha insistito perché ricevessi un’educazione completa.” “Ah, quanto è raro trovare bellezza e intelligenza unite in una sola persona”, sussurrò il cardinale avvicinandosi.
“Il vostro spirito mi affascina quanto il vostro viso.” Isabella sentì un brivido percorrerle la schiena. Sapeva che doveva allontanarsi, ma la voce del cardinale aveva qualcosa di ipnotico, persuasivo. “Eminenza, non è appropriato.” “Appropriato?” Il cardinale rise piano. “Cara Isabella, io sono uno degli uomini più potenti della cristianità. Ciò che io stabilisco è appropriato.“
Nelle settimane successive il cardinale intensificò le sue attenzioni: le inviava doni preziosi, gioielli, tessuti rari, libri rilegati in pelle. Isabella tentava di rifiutarli, ma sua madre la esortava ad accettare. “Non capisci, figlia mia?” le disse donna Lucrezia, “un cardinale così potente può elevare la nostra famiglia. Dobbiamo essere grati per la sua generosità.” Ma Isabella percepiva che quei doni non erano espressione di generosità, erano catene dorate che la legavano sempre più strettamente al suo benefattore.
Inverno 1455-1456. Il 19 agosto 1458 Papa Callisto III morì. Dopo 10 giorni di conclave, il cardinale Enea Silvio Piccolomini emerse come nuovo pontefice, assumendo il nome di Papa Pio II. La notizia scosse l’intera corte. Isabella, che sperava che l’elezione del cardinale a una posizione ancora più alta l’avrebbe allontanata da lei, scoprì invece il contrario. “Ora che sono papa”, le disse una sera convocandola nei suoi appartamenti privati, “il mio potere è assoluto. Nessuno osa contraddirmi, nessuno può giudicarmi. E io, cara Isabella, ti desidero.” “Santità, questo è peccato”, sussurrò Isabella, le lacrime che le bruciavano gli occhi.
“Il peccato esiste solo per coloro che sono soggetti alla legge”, rispose il Papa con voce fredda. “Io sono la legge.” Quella notte Papa Pio II consumò il suo desiderio. Isabella pianse in silenzio, mentre l’uomo, che avrebbe dovuto essere il rappresentante di Cristo sulla terra, la possedeva con una violenza mascherata da passione.
Primavera 1459. Isabella scoprì di essere incinta a marzo. Il terrore la paralizzò. Sapeva che portare in grembo il figlio del Papa era una condanna a morte, non solo per lei, ma per tutta la sua famiglia. Tentò di nascondere la sua condizione il più a lungo possibile, stringendo corsetti sempre più stretti, indossando abiti più larghi. Ma la servitù notò i suoi malesseri mattutini, il suo pallore crescente. Fu la sua ancella Margherita a tradirla. La donna, gelosa dell’attenzione che il Papa riservava a Isabella, riferì i suoi sospetti al maestro di Camera Pontificio.
“Santità”, disse l’uomo inginocchiandosi davanti al Papa, “circolano voci preoccupanti riguardo alla dama Isabella Orsini.” Il volto di Pio II si indurì. “Che voci?” “Si dice che sia incinta, Santità.” Un silenzio glaciale calò sulla stanza. Il Papa sapeva che uno scandalo di tale portata avrebbe potuto minare la sua autorità, fornire munizioni ai suoi nemici, scatenare un’ondata di critiche contro la corruzione della Chiesa. “Convocatela”, ordinò.
Quando Isabella entrò nella camera papale, trovò Pio II seduto sul suo trono, circondato da tre cardinali della sua più stretta cerchia. Il suo sguardo era freddo, distante, completamente diverso dall’ardore che le aveva mostrato mesi prima. “È vero?” chiese senza preamboli. Isabella non poteva mentire. Si inginocchiò, le lacrime che le rigavano il viso. “Sì, Santità.” “Maledetta puttana”, sibilò il Papa. “Credi forse di potermi ricattare con questo bastardo? Credi di poter sfruttare la tua condizione per ottenere potere?” “No, Santità, io non…” “Silenzio!” La voce del Papa risuonò nella stanza come un tuono.
“Tu sei stata un errore, un momento di debolezza che ora minaccia di distruggere tutto ciò che ho costruito.“
Estate 1459. Il Papa convocò i suoi consiglieri più fidati. Tra loro c’era il cardinale Domenico Capranica, noto per la sua spietatezza, e il vescovo Bartolomeo Roverella, esperto in questioni legali e canoniche. “Dobbiamo risolvere questo problema”, disse il Papa, “in modo permanente.” “Potremmo mandare la donna in un convento remoto”, suggerì Capranica. “Dopo il parto, il bambino potrebbe essere dato in adozione a una famiglia lontana.” “No”, rispose il Papa. “I conventi parlano, i segreti si diffondono, ho bisogno di una soluzione più definitiva.” Fu il vescovo Roverella a proporre l’idea che avrebbe segnato il destino di Isabella. “Santità.
Negli ultimi anni ci sono state molte accuse di stregoneria in Italia. Le persone sono terrorizzate dalla magia nera, dai patti con il demonio. Se Isabella Orsini fosse accusata di stregoneria, nessuno oserebbe metterne in dubbio la colpevolezza, e la punizione per le streghe è il rogo.” Un sorriso lento si disegnò sul volto del Papa. “Brillante, ma dobbiamo costruire un caso credibile.“
La congiura fu messa in moto con precisione metodica. Il cardinale Capranica assunse personalmente il compito di orchestrare le false prove. Per prima cosa reclutò tre uomini di dubbia reputazione: un giocatore d’azzardo oberato dai debiti, un mercante fallito e un ex soldato disperato per denaro. “Cinquanta ducati d’oro ciascuno”, promise Capranica, “se testimoniate di aver visto la donna Orsini praticare rituali demoniaci.” “Ma eminenza”, esitò il mercante, “mentire sotto giuramento è peccato mortale.” Capranica rise freddamente.
“Il peccato esiste solo quando la Chiesa lo dichiara tale e io vi dico che testimoniare contro una strega non è peccato, ma dovere sacro. Ora memorizzate bene ciò che dovrete dire.“
Per settimane i tre uomini furono istruiti sulle loro testimonianze. Dovevano descrivere nei minimi dettagli come avevano visto Isabella di notte invocare spiriti maligni nel giardino dei semplici del Vaticano, come l’avevano vista tracciare cerchi magici nella terra, recitare incantesimi in lingue sconosciute, sacrificare piccoli animali alle forze oscure. Nel frattempo il vescovo Roverella si occupava di trovare prove materiali. Fece confezionare da un artigiano compiacente una bambola di cera che somigliava vagamente al Papa, trafitta da nove spilli d’argento nei punti vitali.
Acquistò da un erborista una collezione di erbe rare: belladonna, mandragora, cicuta, aconito, e fece copiare da uno scrivano un grimorio pieno di simboli cabalistici e invocazioni demoniache, facendo poi invecchiare artificialmente il libro con fumo e sudiciume per renderlo credibile. Tutto fu preparato con cura ossessiva. La bambola fu nascosta sotto il materasso di Isabella. Le erbe furono poste in un sacchetto di cuoio dietro un armadio nella sua camera. Il grimorio fu inserito tra i suoi libri di preghiere con alcune pagine piegate come se fossero state consultate di frequente.
Ma Isabella doveva anche essere isolata, privata di qualsiasi alleato che potesse difenderla. Il Papa ordinò che la sua corrispondenza fosse intercettata. Le lettere che Isabella scriveva a sua madre a Firenze non vennero mai spedite. Quelle che riceveva da casa furono bruciate prima che lei potesse leggerle. Le sue ancelle fedeli furono allontanate e sostituite con spie al servizio del Papa. Isabella iniziò a sentirsi intrappolata. Ogni mattina si svegliava con la sensazione che le pareti si stessero stringendo intorno a lei. Notava gli sguardi furtivi dei servitori, i sussurri che si interrompevano quando lei entrava in una stanza.
Sapeva che qualcosa di terribile stava per accadere, ma non immaginava l’entità della congiura che si stava tramando contro di lei.