**CINQUE VITTIME, UN SOLO SOPRAVVISSUTO. Dopo Giorni di Silenzio, un Testimone della Tragedia Subacquea alle Maldive Ha Finalmente Parlato, Rivelando la Dura Verità sui Cinque Serbatoi di Ossigeno Utilizzati dalle Vittime…**
Le indagini sulla tragedia della grotta di Vaavu Atoll, avvenuta il 14 maggio 2026, hanno preso una svolta decisiva. Per giorni le autorità italiane e maldiviane hanno mantenuto il riserbo più assoluto sulle dinamiche dell’incidente che è costato la vita a cinque sub italiani. Ora, però, un testimone chiave — l’unico sopravvissuto della spedizione — ha deciso di rompere il silenzio. Le sue rivelazioni sulla qualità delle cinque bombole di aria utilizzate dalle vittime stanno sconvolgendo l’inchiesta e gettando una luce ancora più inquietante su una delle pagine più drammatiche della storia delle immersioni.
Si tratta di **Luca Moretti**, 38 anni, guida subacquea e fotografo subacqueo italiano residente a Malé, che quel giorno accompagnava il gruppo di ricercatori dell’Università di Genova come supporto tecnico esterno. Moretti è l’unico membro della spedizione a essere risalito vivo dalla grotta Devana Kandu. Dopo essere stato ricoverato in gravi condizioni per barotrauma e decompressione, ha trascorso giorni in stato di shock, assistito da psicologi e dalle autorità. Ora ha rilasciato una testimonianza formale alla Procura di Genova e alla Polizia maldiviana, documento che sta cambiando radicalmente il corso delle indagini.
«Eravamo in sei all’inizio dell’immersione», ha raccontato Moretti con voce tremante durante l’interrogatorio registrato. «Monica Montefalcone, sua figlia Giorgia, Muriel Oddenino, Federico Gualtieri, Gianluca Benedetti e io. Le cinque bombole principali erano state preparate dal centro immersioni del liveaboard “Duke of York”. Io utilizzavo una bombola personale di riserva, che avevo riempito io stesso il giorno prima. Questo probabilmente mi ha salvato la vita».
Secondo la testimonianza di Moretti, già durante la discesa a 40 metri il gruppo aveva notato anomalie. «L’aria aveva un sapore strano, leggermente metallico. Monica ha fatto il segnale di “problema” ma Gianluca, l’istruttore, ha minimizzato dicendo che era normale per le correnti della grotta. Io ho insistito per risalire, ma la pressione del gruppo e la presenza delle telecamere GoPro per la documentazione scientifica li ha convinti a proseguire».
Le rivelazioni più pesanti riguardano proprio i cinque serbatoi utilizzati dalle vittime. I test tossicologici completati nei laboratori dell’Istituto Superiore di Sanità di Roma hanno confermato ciò che Moretti ha descritto: **le bombole erano contaminate da alti livelli di monossido di carbonio (CO) e tracce di idrocarburi**. La concentrazione era tale da provocare, già a 45-50 metri di profondità, una grave intossicazione che si manifesta inizialmente con euforia e falsa sensazione di benessere — esattamente ciò che si vede nelle ultime immagini “pacifiche” riprese dalle GoPro.
«Ho visto Monica sorridere dietro la maschera mentre segnalava una formazione corallina interessante», ha proseguito Moretti. «In realtà stava già respirando veleno. Pochi minuti dopo, dentro la terza camera, Muriel ha iniziato a mostrare segni di confusione. Ha afferrato il braccio di Monica con forza, quasi in preda al panico. È lì che devono essere iniziate le ecchimosi che i medici hanno trovato sui corpi».
La testimonianza di Luca Moretti collima perfettamente con la lettera di 333 parole scritta da Monica Montefalcone e ritrovata nel suo jacket. Nella missiva, la professoressa esprimeva timori proprio sulla qualità dell’aria e sulle “pressioni” ricevute per non ritardare la missione scientifica. Moretti conferma di aver assistito a un acceso diverbio sulla barca tra Monica e il capitano del “Duke of York” la sera prima: «Monica voleva annullare l’immersione. Diceva che i compressori del centro sembravano vecchi e maltenuti. Il capitano le ha risposto che tutto era certificato e che non potevano permettersi di perdere il permesso scientifico».
Secondo il sopravvissuto, il panico è esploso quando il gruppo ha tentato di uscire dalla grotta. «Le correnti erano fortissime, la visibilità zero per il silt-out. Io ho deciso di tagliare la corda di sicurezza e risalire in emergenza usando la mia bombola pulita. Gli altri cinque erano già troppo compromessi dall’intossicazione. Ho sentito le loro grida distorte attraverso i regolatori mentre cercavano di aiutarsi a vicenda. È stato terribile».
I periti forensi stanno ora verificando se le lesioni riscontrate sui corpi — in particolare le ecchimosi su Monica e Muriel — siano compatibili con tentativi di aiuto reciproco sotto l’effetto del monossido di carbonio. Questo gas, incolore e insidioso, può indurre allucinazioni e comportamenti aggressivi o disperati prima del collasso finale.
La testimonianza di Moretti ha portato all’arresto cautelare del responsabile del centro immersioni e di due tecnici addetti al riempimento delle bombole. Gli investigatori sospettano una negligenza grave, se non addirittura un risparmio illecito sui filtri di purificazione dell’aria, pratica purtroppo diffusa in alcuni centri diving low-cost delle Maldive.
Carlo Sommacal, marito di Monica e padre di Giorgia, ha commentato con profonda emozione: «Luca è l’unico che può raccontare cosa è successo davvero là sotto. Cinque bombole avvelenate hanno ucciso mia moglie, mia figlia e i loro colleghi. Non si tratta più di un incidente. È una strage per negligenza. Pretendiamo che i responsabili paghino per questo».
La famiglia di Muriel Oddenino ha aggiunto: «Muriel si fidava ciecamente di Monica. Se avessero saputo la verità sulle bombole, non sarebbero mai entrate in quella grotta».
Questo nuovo capitolo riapre ferite profonde nella comunità subacquea italiana e internazionale. Il team finlandese che ha recuperato i corpi ha espresso vicinanza alle famiglie e confermato che le condizioni delle bombole recuperate erano compatibili con una contaminazione grave.
Il governo maldiviano, sotto pressione internazionale, ha ordinato la chiusura immediata di decine di centri diving e ha promesso una riforma radicale delle norme di sicurezza. Tuttavia, per le famiglie delle vittime queste misure arrivano troppo tardi.
Luca Moretti, ancora sotto protezione psicologica, ha concluso la sua testimonianza con parole che rimarranno impresse: «Ho visto cinque persone brillanti, piene di passione per il mare, morire lentamente respirando veleno dentro una grotta bellissima ma spietata. Non voglio più immergermi. E spero che nessuno debba mai più vivere quello che ho vissuto io».
Le indagini proseguono a ritmo serrato. I pubblici ministeri di Genova e Roma stanno valutando l’aggravante di omicidio colposo plurimo con dolo eventuale. La lettera di Monica, i video delle GoPro, i test tossicologici e ora la testimonianza diretta dell’unico sopravvissuto formano un quadro accusatorio sempre più pesante.
La grotta di Vaavu Atoll, un tempo meta ambita da ricercatori e turisti, è diventata simbolo di una tragedia evitabile. Cinque vite spezzate, un solo sopravvissuto tormentato dai ricordi, e cinque bombole che invece di portare ossigeno hanno portato morte.
Mentre l’opinione pubblica italiana segue con sgomento gli sviluppi, resta una sola certezza: la verità, per quanto dolorosa, sta finalmente emergendo dalle profondità del mare. E per le famiglie di Monica, Giorgia, Muriel, Federico e Gianluca, questa verità rappresenta l’unico fragile conforto in un dolore immenso.