C’è un’elettricità strana nell’aria quando si torna a parlare di Garlasco. Non è quella tensione vibrante che accompagna le grandi scoperte, ma piuttosto quel ronzio sordo e minaccioso che si sente avvicinandosi a un cavo dell’alta tensione scoperto. Toccare i fili di questa storia, specialmente quando si nominano la famiglia Poggi o quella misteriosa entità che chiameremo “famiglia K”, significa rischiare la scossa. Significa entrare in un territorio ostile dove le porte in faccia sono la norma e il silenzio è una regola d’oro.
Eppure, a quasi vent’anni da quel terribile 13 agosto 2007, il caso di Chiara Poggi e la condanna di Alberto Stasi continuano a gridare vendetta, non tanto per una faziosità cieca, quanto per le anomalie macroscopiche che hanno costellato l’intero iter giudiziario.
Oggi non ci limiteremo a ripercorrere la cronaca che tutti conosciamo. Oggi scenderemo nel buio di quelle che molti considerano le vere vergogne di questa inchiesta: prove distrutte, difese assenti e un sistema mediatico che sembra aver alzato un muro di gomma attorno alla verità.
Uno degli aspetti più sconcertanti, che ancora oggi fa tremare i polsi a chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale, riguarda i reperti mai analizzati e, peggio ancora, distrutti. Parliamo dei famosi abiti da lavoro, quei vestiti sporchi gettati in un canale non lontano dalla villetta dell’orrore. In un’indagine “normale”, quei vestiti sarebbero stati il Santo Graal: repertati, sigillati, analizzati millimetro per millimetro alla ricerca di DNA, sangue, tracce biologiche.
Invece, cosa è successo a Garlasco? Sono stati liquidati. Di recente, in alcuni salotti televisivi come Mattino 5, abbiamo assistito a scene surreali in cui si è tentato di giustificare questa negligenza. Si è parlato di “suggestioni”, si è ipotizzato che quel sacchetto fosse lì da tempo, impigliato per caso, portato dalla corrente. Ma la realtà, o quantomeno la logica deduttiva più elementare, suggerisce altro: un assassino che si libera degli abiti sporchi poco dopo il delitto è lo scenario più plausibile, quasi banale nella sua ovvietà criminosa.
Definire “suggestione” un reperto del genere e permetterne la distruzione non è solo un errore tecnico; è un atto di superbia che ha privato la difesa – e la giustizia italiana – di una possibile prova regina.

Ma se l’accusa ha le sue colpe, non si può tacere sul disastro della difesa iniziale di Alberto Stasi. Per capire come un ragazzo incensurato sia finito stritolato in questo ingranaggio, dobbiamo guardare a chi doveva proteggerlo. Nelle prime, cruciali settimane, quando si giocava la partita vera – quella dei rilievi, degli incidenti probatori, delle prime repertazioni – Alberto era, di fatto, solo.
Si racconta di un legale, subentrato prima dello storico team Giarda, che rimase in carica per poco più di un mese. Il risultato del suo lavoro? Secondo le ricostruzioni più critiche, praticamente nullo. Agli incidenti probatori determinanti, dove si decideva cosa analizzare e come, la difesa non si presentò o non oppose la necessaria resistenza tecnica. Un vuoto pneumatico che ha permesso agli inquirenti di muoversi senza un vero contraddittorio. E la beffa finale? Una richiesta di parcella mostruosa: 119.000 euro per un mese di “assistenza”.
Una cifra che il padre di Alberto contestò con forza, portando la questione in tribunale, dove il giudice ridimensionò la pretesa a 19.000 euro, certificando implicitamente l’incongruenza tra la richiesta e il lavoro svolto.
Ma il danno era fatto. Le impronte non rilevate sulle suole, i test del DNA non effettuati su oggetti chiave, le mancanze di quei primi giorni sono ferite che il processo si è portato dietro fino alla Cassazione.

C’è poi il capitolo delle testimonianze fantasma. Nomi come Bertani e Travain dicono poco al grande pubblico oggi, ma all’epoca furono voci fuori dal coro che parlarono della presenza di donne sulla scena o nei dintorni della villetta. Donne mai identificate. Perché queste piste sono morte? Perché queste testimoni sono state, per usare un termine forte ma necessario, “plagiate” o convinte a ritrattare, a dubitare di se stesse?
L’ipotesi che emerge con prepotenza è che ci fosse una volontà ferrea di chiudere il cerchio attorno all’unico colpevole “comodo”: il fidanzato. Qualsiasi elemento che portasse fuori dal binario Stasi – che fosse una bicicletta diversa, una donna misteriosa o un’auto sospetta – veniva sistematicamente scartato o minimizzato.
Assistiamo oggi a un fenomeno interessante e inquietante: una vera e propria guerra tra i media tradizionali e l’informazione indipendente del web. Mentre canali YouTube e ricercatori indipendenti cercano di unire i puntini, la televisione sembra impegnata in una corsa frenetica per alzare polveroni. Si rispolverano vecchie storie, come quella del materiale illecito trovato sul computer di Alberto (una vicenda già chiarita dalla Cassazione come non attribuibile alla sua volontà di creazione), usandole come clave per distruggere la reputazione dell’uomo, non potendo più attaccare le prove del delitto che vacillano.
È un attacco coordinato, quasi un sistema immunitario che reagisce quando qualcuno si avvicina troppo alla verità. Perché tanta acrimonia verso chi pone domande legittime? Forse perché la narrazione ufficiale è un castello di carte che teme anche il più piccolo soffio di vento.

Ma c’è una speranza, ed è paradossalmente legata ai numeri. Se la scienza forense è stata maltrattata, la matematica finanziaria non mente. L’ingresso in campo del Gico della Guardia di Finanza potrebbe rappresentare la vera svolta. “Segui i soldi” è un vecchio adagio che non sbaglia mai. Movimenti bancari, parcelle, flussi di denaro che potrebbero rivelare legami e coperture finora rimasti nell’ombra.
Inoltre, non possiamo ignorare il contesto “politico” locale. Figure come la giudice Garlaschelli, sorella di un’ex sindaca con un percorso politico tortuoso, inseriscono elementi di dubbio sull’imparzialità ambientale in cui si sono svolti certi passaggi giudiziari. Non si tratta di accusare nessuno senza prove, ma di evidenziare come in una piccola realtà, le connessioni familiari e politiche possano creare quel “muro di gomma” contro cui la verità va a sbattere.
Il caso Garlasco non è chiuso. Non lo è nella coscienza di chi ha letto le carte, e non lo è nella realtà dei fatti, visti i continui tentativi di revisione. Alberto Stasi sta scontando una pena, ma le domande restano lì, enormi come macigni. Chi ha distrutto i vestiti nel canale? Chi erano le donne viste dai testimoni? E perché c’è tanta paura di indagare sulla “famiglia K”?
Noi continueremo a toccare quei fili dell’alta tensione, non per imprudenza, ma perché è l’unico modo per far scoccare la scintilla della verità. E se qualcuno pensa di spaventarci con il silenzio o con le denunce, ha sbagliato interlocutore. La verità, quella vera, non ha paura della scossa.