Il suo terzo matrimonio, a ventun anni, e un padre pronto a infangare la sua reputazione davanti a cinquanta testimoni. La data è il 28 ottobre 1501. Il profumo di candele e incenso riempie il Palazzo Apostolico, ma un’altra atmosfera aleggia nell’aria questa sera: una tensione palpabile, avvertita dagli ospiti senza ancora riuscire a definirla.
Dietro le alte finestre, le famiglie più influenti di Roma sono riunite per quella che avrebbe dovuto essere una celebrazione sacra, un matrimonio papale, un’unione benedetta dal successore di Cristo in persona. Eppure, ciò che si svolgerà nelle ore successive sarà tutt’altro che buono, tutt’altro che santo, tutt’altro che gradito a Dio.
Immaginate la scena: una giovane donna in abito bianco, che si aggiusta il velo con mano tremante. I suoi occhi, che i contemporanei descrissero come di un azzurro intenso, sono quasi ipnotici; scrutano la folla senza vederla veramente. Il suo nome è Lucrezia Borgia. Il suo primo matrimonio fu annullato per decreto papale non appena il padre ritenne superflua l’unione; il suo secondo marito fu strangolato nel suo letto dal fratello Cesare, per ordine del padre. Stasera sposa Alfonso d’Este, erede del Ducato di Ferrara, un comandante militare di 24 anni rinomato per la sua disciplina e il suo onore.

Perché l’uomo che orchestrò ogni dettaglio di questa cerimonia non era un padre qualunque: era Papa Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia, l’uomo più potente del mondo cristiano. Nel giro di poche ore, avrebbe trasformato la prima notte di nozze di sua figlia in uno spettacolo così vergognoso che il Vaticano avrebbe tentato di cancellarlo dalla storia per cinque secoli.
Johannes Burchard, il maestro delle cerimonie papali, annotò tutto nel suo diario. Questo documento esiste ancora, sepolto negli archivi vaticani. Quello che state per ascoltare non è una leggenda, ma il racconto di un testimone oculare. Quella notte, Lucrezia non solo perderà la sua dignità, ma capirà finalmente che, per suo padre, non è mai stata una figlia, ma un mero strumento.

La cerimonia nuziale inizia al tramonto. Cinquanta invitati, provenienti dalle famiglie più influenti di Roma, prendono posto nella grande sala. Cardinali, vescovi e nobili: tutti riuniti attorno a tavoli drappeggiati con ricami dorati. I candelabri proiettano ombre danzanti sulle pareti di pietra. Lucrezia siede al tavolo principale, tra il marito e il padre. Questa disposizione non è casuale: nulla è lasciato al caso in casa Borgia.
Il vino scorre a fiumi e piatti sontuosi si susseguono: selvaggina arrosto, pesce in salsa e pasticcini alle mandorle. I musicisti suonano melodie leggere mentre le risate riempiono l’aria. Tutti scoppiano a ridere alle battute del Papa, perché nessuno osa fare altrimenti. Eppure, qualcosa non va.
A quel tempo, Roma stava attraversando un periodo di profondi sconvolgimenti politici e religiosi. Le antiche famiglie italiane si contendevano il potere temporale, mentre la Chiesa consolidava la sua influenza in tutta la penisola. Era impensabile per un cardinale sfidare apertamente il Papa. Le alleanze matrimoniali erano formidabili quanto gli eserciti. Questa realtà getta nuova luce sulle decisioni di Alessandro VI, decisioni che, altrimenti, sarebbero sembrate incomprensibili a chiunque avesse anche un briciolo di umanità.
Dopo cena, il Papa si alzò. La sua voce echeggiò nella sala improvvisamente silenziosa. Annunciò che i festeggiamenti sarebbero continuati non negli appartamenti degli sposi, né nella camera da letto di Lucrezia, ma nella sua residenza privata. Invitò personalmente cinquanta degli uomini più influenti di Roma a unirsi a lui. Gli ospiti si scambiarono occhiate nervose; alcuni sorrisero, un misto di anticipazione e senso di colpa, mentre altri impallidirono leggermente. Percorsero i corridoi illuminati dalle candele, con la pancia appesantita dal vino. La paura era una presenza inquietante, di cui si vergognavano.
Lucrezia è ancora presente. La sposa, figlia del Papa, siede su un trono accanto al padre, mentre Alfonso, il suo nuovo marito, siede dall’altro lato. Sono costretti a guardare, impassibili, mentre queste due donne si prostrano ai loro piedi in un’espressione di umiliazione. Considerate il peso psicologico di questo momento: Lucrezia ha appena pronunciato i suoi sacri voti davanti a Dio e, poche ore dopo, suo padre dimostra che quei voti sono vani, che la sua dignità è calpestata e che l’onore del marito non ha più alcuna importanza.
I cardinali e i vescovi presenti nella sala risero, alcuni addirittura applaudirono. Le prostitute si muovevano sul pavimento di marmo, con le castagne che cadevano dalle loro bocche. Alessandro VI, seduto sul suo trono al centro della sala, sorrise, osservando il volto della figlia con incrollabile attenzione. Ma questo era solo l’inizio.
Secondo il racconto di Burcardo, una volta terminato il gioco delle castagne, il Papa annunciò una seconda sfida: le prostitute e i servi avrebbero dovuto compiere atti intimi davanti agli ospiti, mentre gli spettatori avrebbero lanciato loro delle castagne come ricompensa. Così, il successore di San Pietro, custode della moralità cristiana, orchestrò uno spettacolo scandaloso nei suoi appartamenti papali, con la figlia al suo fianco, proprio il giorno in cui avrebbe dovuto trascorrere la sua prima notte di nozze.