🚨GIORGIA MELONI LANCIA UN MESSAGGIO DURISSIMO E FA TREMARE IL QUIRINALE

Il complotto al bar: Giorgia Meloni sfida il Quirinale e smaschera i “carbonari” di Stato

Dopo Mattarella ci sarà lui, circola già un nome pesantissimo per il  Quirinale | Giorgia Meloni trema per le conseguenze - FocuSicilia

Dietro la facciata impeccabile dei rituali istituzionali, nei corridoi che collegano Palazzo Chigi al Quirinale, si è consumato uno degli scontri politici più velenosi della recente storia repubblicana. Quello che doveva essere un tranquillo scorcio di fine 2025 è stato squarciato da un caso che unisce il grottesco del quotidiano alla gravità dello scandalo istituzionale: il cosiddetto “complotto del bar”. Al centro della bufera c’è Francesco Saverio Garofani, segretario del Consiglio Supremo di Difesa, sorpreso a discutere strategie per far cadere il governo di Giorgia Meloni durante una conversazione pubblica davanti a una tazzina di caffè.

L’anomalia Garofani: un politico nel cuore della Difesa

La prima grande anomalia che ha innescato il corto circuito istituzionale risiede nella natura stessa dell’incarico ricoperto da Garofani. Il Consiglio Supremo di Difesa è l’organo che sovrintende alla sicurezza nazionale e alle strategie militari, un ruolo che richiederebbe la massima terzietà. Eppure, Garofani è un ex deputato del Partito Democratico, un uomo dalla militanza attiva. Il sospetto che ha attraversato l’aria è quello del “partito dello Stato”: una fazione che, anche quando perde le elezioni, mantiene il controllo sui gangli vitali dell’apparato.

Secondo le ricostruzioni giornalistiche della Verità, Garofani non avrebbe tenuto per sé le sue opinioni politiche. In un bar nel cuore di Roma, a pochi metri dai palazzi del potere, avrebbe discusso a voce alta su come mettere in difficoltà l’esecutivo Meloni, parlando esplicitamente di strategie per “tirarli giù”. Il tutto sotto gli occhi (e le orecchie) di giornalisti e passanti. Un’inaudita imprudenza per un uomo che incarna la Presidenza della Repubblica.

La pacca sulla spalla: il mancato provvedimento del Colle

Meloni ieri al Quirinale, incontro con Mattarella cordiale e collaborativo  | Sky TG24

In qualsiasi democrazia matura, la conseguenza sarebbe stata l’allontanamento immediato dalla carica per tutelare l’onore del Quirinale. Invece, stando alle indiscrezioni, non solo Garofani è rimasto al suo posto, ma il Presidente Sergio Mattarella lo avrebbe addirittura rassicurato, minimizzando l’accaduto come un semplice attacco mediatico della destra.

Questo presunto “conforto” è stato vissuto da Palazzo Chigi come uno schiaffo in faccia. La sensazione è quella di un apparato che si autoprotegge, dove l’arbitro decide di scendere in campo e diventare giocatore. Giorgia Meloni, durante un vis-à-vis con il Capo dello Stato, ha voluto lasciare sul tavolo una parola diplomatica ma pesante come una cannonata: “rammarico”. Un termine che ha irritato profondamente i custodi del protocollo del Colle, convinti che la Premier non dovesse permettersi di sollevare la questione.

La nota gelida di Fratelli d’Italia: una tregua armata

Poiché il Quirinale non ha proceduto a sanzioni esemplari, la risposta del governo si è spostata sul piano politico. Fratelli d’Italia ha rilasciato una nota ufficiale breve e chirurgica: “La questione è chiusa. Non reputiamo di aggiungere altro”. In linguaggio politico, queste tre parole hanno un suono metallico. Significa: “Abbiamo visto, abbiamo capito e ora decidiamo noi di non far saltare il banco, ma la fiducia è rotta”.

La nota prosegue rinnovando la stima per Mattarella, un “bacio della morte” diplomatica che serve a separare le responsabilità del Presidente da quelle dei suoi consiglieri, ma che allo stesso tempo funge da avvertimento: “Rispettiamo l’istituzione, ma il Presidente deve controllare i suoi uomini”.

Un sistema che non accetta il verdetto delle urne

Questo episodio lascia una fotografia impietosa di un Paese in cui la lotta politica si gioca su due piani: quello pubblico dell’armonia di facciata e quello ombroso dei bar e dei consiglieri “carbonari”. La sensazione è che la Premier Meloni non stia combattendo solo contro un’opposizione parlamentare, ma contro un sistema tentacolare che fatica ad accettare il verdetto delle urne quando non è a suo favore.

Il caso è stato chiuso formalmente con un accordo di non belligeranza, ma il livello di sospetto tra le due massime istituzioni dello Stato non è mai stato così alto. Il velo della diplomazia è caduto, rivelando una democrazia in cui i segreti della difesa nazionale vengono discussi tra un cornetto e un cappuccino, convinti di una totale impunità garantita dalla tessera giusta in tasca

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