La crudeltà inflitta alle donne italiane durante la Seconda Guerra Mondiale rappresenta uno dei capitoli più oscuri e dolorosi della storia recente del nostro Paese.
Tra le pagine più tragiche emerge il fenomeno noto come **marocchinate**, termine con cui si indicano le violenze sessuali di massa, gli stupri, i saccheggi e le uccisioni perpetrati principalmente dalle truppe coloniali marocchine (i goumiers) del Corpo di spedizione francese in Italia (CEF), dopo la rottura della Linea Gustav e la conquista di Montecassino nel maggio 1944.
La battaglia di Montecassino, combattuta tra gennaio e maggio 1944, fu una delle più sanguinose della campagna d’Italia. Durò ufficialmente 123 giorni e coinvolse le forze alleate contro le difese tedesche della Linea Gustav.
Il 18 maggio 1944 l’abbazia fu conquistata dalle truppe polacche, ma il vero sfondamento avvenne grazie all’azione del CEF francese, comandato dal generale Alphonse Juin. Il CEF contava circa 130.000 uomini, di cui una parte significativa proveniva dalle colonie nordafricane: marocchini, algerini, tunisini e senegalesi.
Tra questi spiccavano i goumiers, unità irregolari di fanteria leggera reclutate nelle montagne dell’Atlante marocchino, noti per la loro ferocia in combattimento ma anche per una disciplina spesso scarsa.
I goumiers, circa 7.833 uomini organizzati in tabors e groupements, indossavano tuniche di lana verde, burnus, sandali e portavano pugnali curvi. Erano guidati da ufficiali francesi, ma la loro struttura tribale e il reclutamento locale li rendevano meno controllabili rispetto alle truppe regolari.
Dopo la vittoria a Montecassino, mentre gli Alleati avanzavano verso Roma, migliaia di goumiers si riversarono nelle valli del Liri e nei monti Aurunci, nelle province di Frosinone, Latina e in parte della Campania e del Lazio meridionale.
Quello che seguì fu un’ondata di violenza indiscriminata contro la popolazione civile, in particolare contro donne e ragazze di ogni età, ma anche contro uomini e bambini.
Le testimonianze e i documenti storici descrivono scene di orrore: villaggi saccheggiati, case incendiate, famiglie terrorizzate che si nascondevano nelle grotte o nelle gallerie ferroviarie udendo grida di aiuto.
Le vittime venivano sequestrate di notte, trascinate via dalle abitazioni, violentate collettivamente da gruppi di soldati (spesso 2-3, ma in alcuni casi decine o centinaia). Molte donne furono infettate da malattie veneree; alcune rimasero incinte, altre si suicidarono o morirono per le ferite.
Le violenze non furono limitate alla Ciociaria: episodi simili si verificarono in Sicilia dopo lo sbarco del 1943, in Toscana durante l’avanzata verso la Linea Gotica, e in altre zone toccate dal CEF.
Le stime delle vittime variano a seconda delle fonti. Rapporti ufficiali dell’epoca, come una nota dei Carabinieri del giugno 1944, segnalano 418 violenze sessuali denunciate in pochi giorni in alcuni comuni del Frusinate, con 29 omicidi e 517 furti.
La deputata comunista Maria Maddalena Rossi, nel 1952, parlò di 60.000 casi solo nella provincia di Frosinone.
Associazioni come l’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate, basandosi su documenti medici, testimonianze e denunce post-belliche, arrivano a stimare almeno 20.000 casi accertati, con proiezioni fino a 60.000 donne violentate (e circa 180.000 atti di violenza, considerando le violenze multiple).
Molte vittime non denunciarono per vergogna, pudore o paura di stigmatizzazione sociale; un terzo delle donne medicate, secondo alcuni referti, preferì tacere.
Il generale Juin è spesso citato per una presunta frase pronunciata prima della battaglia: “Per cinquanta ore sarete padroni assoluti di ciò che troverete oltre le linee nemiche”. Sebbene non esista un ordine scritto esplicito che autorizzasse gli stupri, la scarsa disciplina e l’impunità concessa ai goumiers contribuirono al disastro.
Gli Alleati sapevano: rapporti americani e britannici documentano proteste per le violenze, ma la priorità era l’avanzata militare. Solo 207 soldati del CEF furono processati da tribunali militari francesi; 156 furono condannati (87 marocchini, 51 algerini, 12 francesi), ma le pene furono spesso lievi e molti casi rimasero impuniti.
Queste atrocità non furono uniche nella Seconda Guerra Mondiale. Le donne tedesche subirono violenze di massa dall’Armata Rossa nel 1945 (stime fino a 2 milioni), e analoghi crimini avvennero in altre zone occupate.
In Italia, però, il silenzio durò decenni: per motivi politici (non macchiare l’immagine degli Alleati “liberatori”), per vergogna delle vittime e per il tabù culturale.
Il fenomeno emerse nel dibattito pubblico grazie a figure come Maria Maddalena Rossi nel 1952, al romanzo *La Ciociara* di Alberto Moravia (1957) e al film omonimo di Vittorio De Sica (1960) con Sophia Loren, che vinse l’Oscar.
Solo negli ultimi anni, grazie all’Associazione Vittime delle Marocchinate e a proposte di legge per una Giornata nazionale del ricordo (proposte in Parlamento dal 2018 in poi), si è cercato di rompere il velo di omertà.
Le marocchinate non furono solo stupri: furono un’arma di terrore, un modo per umiliare e sottomettere la popolazione civile in un contesto di guerra totale. Le donne italiane, spesso sole perché i mariti combattevano o erano prigionieri, divennero vittime di una violenza sistematica che segnò per sempre intere comunità.
Molte famiglie portano ancora oggi il peso di traumi non detti, di “orfani dei vivi” nati da quelle violenze, di silenzi familiari.
Ricordare le marocchinate non significa demonizzare un popolo o un esercito intero, ma riconoscere la complessità della guerra: anche i “liberatori” commisero crimini contro l’umanità. È un dovere verso le vittime, verso la verità storica e verso le nuove generazioni, affinché simili orrori non si ripetano.
La memoria non è vendetta: è prevenzione. Perché la guerra, quando tocca le donne, rivela la sua crudeltà più profonda: non solo distrugge corpi, ma annienta dignità e futuro.
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