La sua fionda uccise 23 nazisti in silenzio: la storia del partigiano che fece arma un gioco

Nessun nemico, nessuna traccia di fuga. Il comando locale ipotizzò un cecchino partigiano, ma le distanze erano troppo brevi, 15, forse 20 m. Un fucile avrebbe svegliato mezzo presidio. Un coltello allora. Ma come poteva qualcuno avvicinarsi a una sentinella piazzata in campo aperto, illuminata dalla luna e circondata dalla neve? Dopo la quarta morte, i soldati iniziarono a parlare sottooce durante la notte. Qualcosa si muoveva tra i boschi.

Qualcuno osservava. Le guardie restavano immobili con le dita rigide sul grilletto, ascoltando il vento che scendeva dalle montagne. Ogni fruscio sembrava un passo, ogni ombra tra i castagni pareva viva. Eppure non si sentiva mai nulla. Nessuno sparo, nessun grido, solo il silenzio degli appennini.

Quando il controspionaggio tedesco arrivò da Bologna per indagare, trovò già cinque sentinelle morte in meno di due settimane, tutte eliminate nello stesso modo. Fu allora che qualcuno pronunciò per la prima volta una parola che nessun ufficiale voleva sentire. Non è un attacco, è una caccia. Per capire cosa stesse accadendo davvero tra quelle montagne italiane, bisognava conoscere l’uomo che aveva trasformato un semplice oggetto dell’infanzia in un’arma di guerra.

Si chiamava Matteo Rinaldi e prima della guerra nessuno nel suo paese avrebbe mai immaginato di vederlo con un’arma in mano. A San Benedetto in Alpe, un pugno di case di pietra aggrappate al fianco della montagna lo conoscevano tutti come il figlio del fabbro. Suo padre, Ernesto, aveva una bottega nera di fuliggine vicino alla fontana, dove ferrava muli, riparava cerniere, raldrizzava lame e aggiustava serrature con una pazienza che sembrava infinita.

Sua madre, Lucia insegnava ai bambini del paese a leggere e a far di conto nella piccola scuola comunale e diceva sempre che Matteo aveva due doni rari: la mano ferma e gli occhi buoni. Da bambino passava più tempo all’aperto che in casa. D’estate saliva sui pendi con i pastori.

D’inverno aiutava il padre in bottega a tenere il fuoco vivo e a passargli gli attrezzi. Era un ragazzo silenzioso, non timido, ma di quelli che osservano prima di parlare. Guardava come lavorava al ferro quando diventava rosso, come cambiava suono sotto il martello, come bastava un colpo dato male per rovinare una giornata intera. Ernesto gli ripeteva che la forza non vale niente senza precisione e Matteo se lo ricordò per tutta la vita.

Aveva imparato presto a colpire da lontano nei boschi con gli altri ragazzi. usava una fionda di legno di frassino che suo padre gli aveva sagomato quando aveva 7 anni. All’inizio mancava tutto: pigne, lattine, mele appese ai rami. Poi aveva cominciato a prendere la misura, a capire il peso dei sassi lisci, la tensione della gomma, il momento esatto in cui lasciara andare.

A 12 anni c’entrava una bottiglia da 20 passi. A 15 colpiva una noce appoggiata su un muretto e la faceva saltare senza scheggiare la pietra sotto. I ragazzi del paese ridevano e lo sfidavano. Lui quasi non sorrideva, tirava e basta e colpiva. Quando crebbe non diventò un soldato, ma un artigiano. Andò a Forlì per imparare il mestiere di meccanico in una piccola officina che riparava biciclette e macchine agricole.

Gli piaceva lavorare con gli ingranaggi, con i cuscinetti, con i pezzi da pulire e rimontare fino a farli tornare perfetti. Aveva mani forti e dita fini, una combinazione rara. E il padrone dell’officina diceva che Matteo sentiva il metallo come un medico sente il polso. Lui non parlava di futuro, però il futuro ce l’aveva davanti.

Una bottega sua, magari un matrimonio, una casa con un orto, una vita dura ma semplice, come quella che avevano avuto suo padre e suo nonno. Poi arrivò la guerra e con la guerra arrivarono i tedeschi nelle valli, i posti di blocco sulle strade, i camion, le urla, i rastrellamenti. Matteo tornò al paese con le mani ancora sporche d’olio e trovò la montagna cambiata.

Gli uomini abbassavano la voce quando parlavano in piazza. Le donne chiudevano le finestre al tramonto. Di notte, dai versanti più alti vedevano bagliori lontani e si sentivano colpi secchi portati dal vento. Di lui in quei mesi colpiva una cosa più di tutte. Continuava a guardare, a misurare, a ricordare. Non aveva il temperamento del fanfarone né quello del martire.

Era uno che notava dove si fermavano le pattuglie, quante volte cambiavano turno, quali sentieri restavano nell’ombra anche con la luna piena. Sembrava ancora il ragazzo della fionda e della bottega, solo con il viso più duro e il silenzio più pesante. Chi lo incontrava allora difficilmente lo dimenticava.

Alto, asciutto, gli occhi chiari sempre fissi su qualcosa che gli altri non avevano ancora visto, come se dentro la testa stesse già costruendo una risposta. a una domanda che nessuno aveva avuto il coraggio di fare. >> La fine della sua vita di prima non arrivò in un giorno solo, ma in una serie di colpi sempre più duri, come martellate date sullo stesso punto, finché il ferro non cede.

All’inizio furono ordini affissi in piazza, timbri, divieti, uomini in divisa che pretendevano alloggio, cibo, obbedienza. Poi arrivarono i nomi letti ad alta voce davanti al municipio, i sospetti, le denunce sussurrate, i primi arresti. San Benedetto in Alpe non era un posto abituato alla paura.

La paura lì si imparò in fretta. I tedeschi si erano sistemati lungo la strada di montagna perché da lì passavano rifornimenti e messaggeri. Ogni curva diventò un controllo, ogni ponte un punto di guardia. Bastava poco per essere fermati. una pagnotta di troppo nello zaino, una risposta detta con il tono sbagliato, uno sguardo che sembrasse sfida.

Matteo continuava ad aiutare il padre in bottega e a fare piccoli lavori di riparazione nei paesi vicini, ma ormai ogni uscita era un rischio. Si tornava a casa prima del buio, si parlava a bassa voce, si smetteva di fare domande. Il primo colpo vero fu in autunno. Un camion tedesco saltò su una mina poco lontano dal passo e quella stessa sera i soldati entrarono in paese come una piena.

Cercavano i colpevoli, ma non avevano nomi. Quando non si hanno nomi si prende chi capita. Portarono via quattro uomini dalla piazza, tra cui Giulio, il cugino di Matteo, che non aveva mai tenuto in mano altro che una zappa. Sua madre corse dietro ai camion gridando, inciampò sulla ghiaia e si spaccò le ginocchia. Nessuno dei quattro tornò.

Dopo quello il paese cominciò a rompersi dall’interno. C’era chi voleva piegarsi, chi diceva che bisognava resistere, chi taceva per non tradire nessuno e chi taceva perché aveva già paura di tutti. Matteo diventò ancora più chiuso. Lavorava fino a tardi in bottega con suo padre, senza radio, senza luce, oltre la finestra coperta.

Ernesto martellava il ferro e ogni tanto si fermava ad ascoltare i rumori fuori, come se la notte potesse entrare da un momento all’altro. Entrò davvero una mattina di novembre. Era ancora buio quando si sentì battere alla porta con il calcio dei fucili. Non bussare, colpire. Tre colpi secchi, poi una voce in tedesco, poi un’altra in italiano, troppo rapida e servile.

Matteo era già in piedi quando videome passare davanti alle finestre. Sua madre gli afferrò il braccio, ma lui si liberò piano, senza parlare. Ernesto aprì la porta con la schiena dritta, ancora in camicia, e si trovò davanti sei soldati e un milite fascista del capoluogo che conosceva di vista. Dissero che in bottega erano stati riparati attrezzi per i ribelli.

Dissero che mancavano pezzi di metallo dai magazzini requisiti. Dissero molte cose, tutte già decise prima di entrare. Provistarono ovunque, buttarono a terra cassetti, presero pinze, lime, ferri di cavallo, perfino il martello grande di Ernesto. trovarono quello che volevano trovare, un sacco di chiodi lunghi e un rotolo di filo d’acciaio, materiale comune in qualsiasi officina, ma quella mattina bastava per trasformare un fabbro in un complice.

Quando provarono a portarlo via, Ernesto oppose resistenza solo per un attimo, l’istante necessario a far capire al figlio una cosa semplice e terribile: non fare sciocchezze. Un soldato lo colpì allo stomaco con il calcio del fucile, un altro alla nuca. Cadde in ginocchio, ma non gridò. Lucia invece gridò e come gridò il nome del marito, poi quello del figlio, poi parole senza ordine.

Matteo fece un passo avanti e sentì una canna gelida puntargli il petto. Il milite fascista gli disse di stare fermo con un mezzo sorriso che Matteo non dimenticò più. portarono Ernesto via su un camion insieme ad altri due uomini presi lungo la strada. Lucia rimase sulla soglia con lo scialle aperto, come se avesse dimenticato di avere freddo.

Matteo non la vide piangere subito, la vide raddrizzare una sedia rovesciata, raccogliere da terra un grembiule, chiudere con calma la porta spaccata. Fu quello a fargli più male, quel gesto normale in una casa che non era più una casa. Per una settimana cercarono notizie. Matteo scese fino al comando di valle, parlò con un prete, con un farmacista, con un uomo che conosceva uno che conosceva un interprete tedesco.

Ogni volta tornava con niente. Alla fine seppe la verità da un carrettiere che aveva visto i corpi lungo un fossato dopo il tornante grande verso di Comano. “Rappresaglia”, disse e abbassò gli occhi. Non aggiunse altro. Matteo andò da solo, riconobbe suo padre dalle mani prima ancora che dal viso. Le mani erano sporche di terra e avevano ancora una bruciatura vecchia vicino al pollice fatta anni prima in bottega.

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