LILLI GRUBER ATTACCA LA DESTRA IN DIRETTA, MA QUANDO MARIO MONTI PRENDE LA PAROLA LO STUDIO SI BLOCCA, LE CERTEZZE CROLLANO E IL COPIONE SALTA: UNA RISPOSTA FREDDA, CALCOLATA, CHE CAMBIA GLI EQUILIBRI E LASCIA TUTTI SENZA VIA DI FUGA.

Avete presente quel momento, un attimo prima che scoppi il temporale, quando l’aria diventa ferma, pesante, carica di elettricità statica? Ecco. L’aria negli studi di La7, a quell’ora della sera, ha esattamente quella densità lì.

È una miscela chimica particolare: ozono sprigionato dalle enormi lampade a LED che scaldano l’ambiente, il profumo dolciastro e polveroso del trucco televisivo e quel senso di urgenza, quasi di panico controllato, che precede la messa in onda di uno dei programmi più seguiti del dibattito politico italiano.

Siamo a Otto e Mezzo. Il tempio laico del confronto serale.Il rosso e il nero della scenografia non sono solo scelte cromatiche di un arredatore. Sono confini. Sono le linee di un’arena dove le parole non si sprecano, si pesano. Con la precisione di un bilancino farmaceutico e la letalità di un veleno a lento rilascio.

Al centro del tavolo a forma di ala, siede lei. Lilli Gruber. La schiena dritta come un fuso, postura da combattimento, gli occhi inchiodati sul monitor di servizio che scandisce il conto alla rovescia. Tre. Due. Uno.

Mancano pochi secondi.

Di fronte a lei, immobile come una statua di marmo grigio scolpita nel cuore delle istituzioni europee, c’è Mario Monti. Una sfinge. Sembra immune alle leggi della termodinamica che governano i comuni mortali: non suda, non tradisce nervosismo, non scompone la piega perfetta della sua cravatta nemmeno quando i riflettori gli puntano addosso 5000 watt di calore puro.

Il Senatore a vita è lì. Rappresenta l’ancora, la saggezza, l’Europa che ci guarda dall’alto. “Sigla!” sibila la voce del coordinatore in cuffia. Il ticchettio frenetico, marchio di fabbrica del programma, invade lo studio. È il suono della battaglia che inizia.

👀 La Trappola Perfetta

Lilli Gruber non perde tempo. Esordisce con la sua consueta cadenza rapida, percussiva, un ritmo studiato per non lasciare spazi vuoti. Saluta il pubblico, introduce gli ospiti e va dritta alla giugulare.

Il tema del giorno è perfetto. Il “Caso Pucci”. La notizia è fresca, succosa, ideale per costruire la narrazione della serata: il comico Andrea Pucci rinuncia ad affiancare Carlo Conti a Sanremo dopo le feroci critiche della sinistra per la sua satira “sessista”, e subito dopo la destra di governo interviene a sua difesa gridando alla censura.

Per la Gruber, è un rigore a porta vuota. È l’esempio plastico di quella che lei definisce una “deriva illiberale”, un’ingerenza senza precedenti del potere politico nello spettacolo.

Si gira verso Monti. Inclina leggermente il capo. È il segnale. Sta per lanciare l’assist.

“Senatore Monti,” esordisce.

“Abbiamo assistito a un episodio inquietante. Un artista viene travolto dalle polemiche per la sua satira e decide di ritirarsi parlando di un clima d’odio. Immediatamente le più alte cariche dello Stato, dal Presidente La Russa fino alla Premier Meloni, intervengono gridando alla dittatura del pensiero unico.”

La domanda arriva come una sentenza anticipata: “Non le sembra, Senatore, che questo governo stia usando Sanremo come un ufficio di propaganda? Che ci sia un tentativo maldestro di occupazione culturale che finisce per avvelenare il Paese?”

Gruber si ferma. Attende. Nella sua mente, la risposta di Monti è già scritta. Un copione prevedibile: un richiamo allo stile istituzionale, una critica elegante al populismo di governo, una sottolineatura sulla necessaria separazione tra politica e intrattenimento. Sarebbe il suggello perfetto alla sua tesi.

Monti non risponde subito. Sposta impercettibilmente un foglio sul tavolo. Incrocia le dita. Solleva lo sguardo. E quando parla, la sua voce non è quella che la Gruber si aspettava. È un filo di seta gelata, priva di inflessioni emotive, ma carica di una gravità che fa crollare la temperatura dello studio di dieci gradi in un istante.

“Io credo che la sua analisi, e quella di gran parte del dibattito a cui stiamo assistendo, pecchi di una profonda… direi quasi strutturale… superficialità.”Superficialità. La parola resta sospesa nell’aria.

“Ma non mi riferisco tanto all’azione del governo, che agisce secondo logiche che definirei prevedibili nella loro ricerca di consenso. Mi riferisco alla sinistra. A quella parte politica che lei sembra voler difendere, o di cui si fa portavoce in questa critica.”

Il monitor in regia inquadra il primo piano della conduttrice. Un leggero tic all’occhio sinistro. Sorpresa. Disorientamento. Non era questo il piano.“Vede,” continua Monti, aumentando impercettibilmente il volume, “la sinistra italiana sta commettendo un errore tattico e strategico di proporzioni monumentali.”

L’ex Premier si sporge in avanti. “Concentrarsi su Sanremo, su un comico, sulle battute di Andrea Pucci non è solo una perdita di tempo. È la certificazione di un’impotenza politica.”È un massacro logico. Monti spiega che ogni volta che la sinistra si lancia in queste crociate moralistiche su chi debba o non debba salire su un palco, compie un atto di autolesionismo puro.

“In automatico, essa finisce per dare ragione a Giorgia Meloni. E le spiego perché.”Il ragionamento è tagliente come un rasoio. La Premier ha costruito la sua intera narrazione sull’idea di essere la voce di chi è stato zittito dall’élite culturale. Quando la sinistra attacca un comico popolare, non fa altro che confermare questa tesi agli occhi dell’elettore medio.

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