Mi chiamo suor Marie-Thérèse. Nel 1943 avevo 24 anni; oggi ne ho 86. Non ne ho mai parlato, né alle mie superiore, né alle mie consorelle, nemmeno al mio confessore. Ma il tempo passa e il silenzio pesa. Quindi, prima di morire, voglio che qualcuno lo sappia, qualcuno che mi ricordi.

Eravamo sette suore nel piccolo convento di San Giuseppe, vicino a Compiègne. Ci prendevamo cura dei feriti, nascondevamo gli ebrei, passavamo messaggi e pregavamo. Una mattina di settembre, alle cinque, arrivarono i camion. I soldati bussarono alla porta. Gridarono in tedesco, poi in francese: “Aprite, Gestapo!”. Ricordo ancora il rumore degli stivali sulle piastrelle del chiostro. Ricordo la Madre Superiora in piedi davanti a noi, con le braccia tese, che diceva con calma: “Figlie mie, rimanete dignitose, Dio ci vede”. Ci fecero partire in fila. Eravamo in abito tradizionale. Il vento era freddo. Ci spinsero su un camion.
Ricordo l’espressione sul volto di una giovane suora, Suor Claire, di appena 19 anni. Tremava. Le presi la mano e le dissi: “Non abbiate paura, siamo insieme”. Non sapevamo ancora che non saremmo mai più tornate.

Viaggiammo per ore. Il camion era coperto ed era buio. Eravamo stipate. Sentivo il respiro di Suor Claire contro la mia spalla; tremava ancora. Nessuno parlava. Di tanto in tanto, la Madre Superiora mormorava: “Ave Maria!”. Rispondevamo all’unisono, a bassa voce. Era tutto ciò che ci era rimasto. Verso mezzogiorno, il camion si fermò. Ci fecero scendere. Eravamo nel cortile di una caserma, da qualche parte in Germania. Non ricordo esattamente dove, forse vicino a Colonia. C’erano filo spinato, torrette di guardia e cani che abbaiavano. Un ufficiale delle SS ci guardò.
Sorrise, un sorriso freddo, e disse in francese con un accento aspro: “Suore, interessante”. Fummo separate dagli uomini. C’erano anche preti, partigiani ed ebrei. Non li vedemmo mai più. Ci portarono in una caserma separata. C’erano già altre donne lì: polacche, belghe e francesi. Alcune erano lì da mesi; ormai non parlavano quasi più. La sera ci hanno dato zuppa e acqua calda con bucce. Abbiamo mangiato in silenzio.
Poi ci ordinarono di spogliarci completamente. Ricordo ancora la vergogna. Eravamo suore; avevamo fatto voto di castità. Non avevamo mai mostrato il nostro corpo, nemmeno a un’altra suora. Ma le guardie erano lì, donne in uniforme grigia. Gridavano, ci picchiavano con i manganelli. Obbedimmo. Ci spogliammo, ci mettemmo in fila. Le guardie ci rasarono la testa, tutte, persino la Madre Superiora, che aveva 62 anni. Ricordo il rumore delle forbici, il freddo sul cuoio capelluto, le lacrime che scorrevano silenziose. Poi ci tatuarono un numero sugli avambracci. Il mio era il 5784. Ce l’ho ancora; ora è sbiadito, ma c’è.
Ci diedero un’uniforme a righe con un triangolo viola, “Bibelforscher” (Ricercatrice della Bibbia). Era il segnale per gli obiettori di coscienza religiosi e i Testimoni di Geova, ma ci misero con loro perché ci rifiutavamo di lavorare per lo sforzo bellico.
I primi giorni pregammo molto. Credevamo che Dio ci avrebbe protetto, che la nostra fede sarebbe stata il nostro scudo. Ma ben presto capimmo che Dio, laggiù, sembrava molto lontano. Quei primi giorni al campo, non ricordo quanti eravamo, forse tre, forse cinque. Il tempo scorreva già. Il giorno dopo ci misero al lavoro. All’alba, all’appello, ci contavano, ci facevano correre. Se una di noi cadeva, veniva picchiata. Poi ci mandavano in fabbrica. Fabbricavamo proiettili, proiettili per i fucili tedeschi, proiettili che uccidevano i nostri fratelli, i nostri padri, i nostri soldati. La Madre Superiora si rifiutò.
Disse: “Non lavoreremo per la guerra; è contro la nostra fede”. Così venivamo picchiate ogni giorno con bastoni, con cinture, con pugni. Ricordo una guardia, si chiamava Irma, alta e bionda. Rideva mentre colpiva. Diceva: “Le vostre preghiere non vi proteggono più, mie piccole suore. Ecco, io sono il vostro Dio”.
Una sera, dopo l’appello, ci separò. Prese suor Claire. Aveva 19 anni, era così carina. La portò in una baracca separata, quella degli ufficiali delle SS. Aspettammo tutta la notte. Pregammo, piangemmo in silenzio. Al mattino, suor Claire tornò. Camminava a fatica. Aveva il viso gonfio, gli occhi vuoti. Non parlava più, non pregava più. Fissava semplicemente il pavimento. La presi tra le braccia e sussurrai: “Il Signore ti vede, ti conosce”. Mi guardò per la prima volta dal suo ritorno e disse dolcemente: “Non c’era, suor Marie-Thérèse. Non c’era”. Quella sera, capii che la fede poteva essere infranta.
Una sera, dopo l’appello, ci separò. Prese suor Claire. Aveva 19 anni, era così carina. La portò in una baracca separata, quella degli ufficiali delle SS. Aspettammo tutta la notte. Pregammo, piangemmo in silenzio. Al mattino, suor Claire tornò. Camminava a fatica. Aveva il viso gonfio, gli occhi vuoti. Non parlava più, non pregava più. Fissava semplicemente il pavimento. La presi tra le braccia e sussurrai: “Il Signore ti vede, ti conosce”. Mi guardò per la prima volta dal suo ritorno e disse dolcemente: “Non c’era, suor Marie-Thérèse. Non c’era”. Quella sera, capii che la fede poteva essere infranta.