Mia nonna è venuta dal Marocco 60 anni fa e sai cosa mi ha insegnato? Che quando entri in una casa ne rispetti le regole. Le parole risuonarono nel corridoio della scuola, cariche di emozione. Il silenzio calò improvviso, pesante. Il corridoio della scuola elementare di Roma era insolitamente silenzioso.
Quella mattina di fine settembre gli studenti erano già entrati nelle classi quando Fatima Benali, con il suo hijab perfettamente sistemato, camminava a passo deciso verso l’ufficio della dirigente scolastica. Gli occhi di Fatima, scuri e determinati, non mostravano alcuna esitazione.

Era venuta per un motivo preciso e non se ne sarebbe andata finché non avesse ottenuto ciò che voleva. “Buongiorno, ho un appuntamento con la preside Bianchi”, disse alla segretaria che annuì e la fece accomodare su una sedia di plastica fuori dall’ufficio. 5 minuti dopo la porta si aprì. La preside Lucia Bianchi, una donna sui 50 anni, capelli castani raccolti in uno shignon e occhiali dalla montatura sottile, le sorrise cordialmente.
Signora Benali, prego, si accomodi. Fatima entrò nell’ufficio spartano ma accogliente. Una grande finestra illuminava la stanza e sulle pareti erano appesi diplomi, certificati e fotografie degli studenti durante vari eventi scolastici. Immagino sia qui per parlare di sua figlia Amira, come si sta trovando nella nuova classe? Fatima ignorò la domanda, si sedette rigidamente sulla sedia davanti alla scrivania e andò dritta al punto.
Sono qui per il crocifisso, signora preside. Voglio che venga rimosso dalla classe di mia figlia. La preside aggrottò leggermente la fronte. Mi perdoni? Il crocifisso appeso al muro sopra la lavagna. Voglio che venga tolto. Mia figlia ha 8 anni, è in una fase delicata della sua formazione religiosa.
Non voglio che sia esposta a simboli di altre religioni che potrebbero confonderla. La preside Bianchi sospirò come se si aspettasse questa richiesta prima o poi. Signora Benali, comprendo la sua preoccupazione, ma il crocifisso nelle aule scolastiche è una tradizione italiana di lunga data. rappresenta non solo un simbolo religioso, ma anche un elemento della nostra cultura e della nostra storia.
Fatima si irrigidì. Siamo in uno stato laico. La scuola dovrebbe essere un luogo neutrale. Mia figlia ha il diritto di studiare in un ambiente che rispetti la sua identità religiosa. E tutti gli altri bambini, anche loro hanno diritto alla loro identità culturale”, rispose la preside cercando di mantenere un tono paato.

“Esistono luoghi dedicati al culto. La scuola non è uno di questi” ribattè Fatima. La voce che saliva di un’ottava. La discussione stava diventando sempre più accesa quando improvvisamente bussarono alla porta dell’ufficio. Nello stesso momento dall’altra parte della città Samira Louis stava attraversando Roma nel traffico del mattino.
Aveva promesso a sua sorella di andare a prendere la nipotina a scuola, visto che lei aveva un impegno di lavoro improrogabile. Zia Samira, oggi a scuoa. A scuola abbiamo educazione artistica. le aveva detto entusiasta la piccola Sofia al telefono quella mattina. Samira sorrise al ricordo. Adorava quella bambina come se fosse sua figlia.
Arrivò alla scuola elementare con qualche minuto d’anticipo, proprio mentre le lezioni stavano per finire. Mentre camminava per i corridoi familiari, aveva frequentato quella stessa scuola da bambina, notò un insolito trambusto provenire dall’ufficio della preside. Le voci si erano alzate e sembrava che una discussione piuttosto accesa fosse in corso. Samira esitò.
Non era il tipo di persona che si faceva gli affari degli altri, ma quelle voci erano davvero molto alte e una di loro le ricordava qualcosa. Un accento che conosceva bene, che le ricordava le origini della sua famiglia. avvicinandosi alla porta socchiusa dell’ufficio, potè sentire chiaramente le parole scambiate all’interno.
“È un simbolo di oppressione per chi non è cattolico”, esclamava una voce femminile con un leggero accento straniero. “Signora Benali, la prego di moderare i toni” rispondeva un’altra voce, chiaramente in difficoltà. Samira sentì qualcosa muoversi dentro di lei. Quella situazione le toccava nel profondo, in un modo che andava oltre la semplice curiosità.
Bussò delicatamente alla porta. Quando entrò, due paia di occhi sorpresi si fissarono su di lei. “Scusate l’interruzione”, disse con un sorriso gentile ma deciso. “Sono qui per prendere mia nipote, ma non ho potuto fare a meno di sentire e forse posso dire qualcosa che potrebbe aiutare.” La preside, che la riconobbe immediatamente sembrò quasi sollevata.
“Samira, lui! Che sorpresa!” Fatima Benali la guardò con diffidenza. E lei chi sarebbe? Un’altra che vuole dirmi come devo crescere mia figlia. Samira respirò profondamente. Sono Samira lui, forse mi riconosce dalla televisione, ma oggi non sono qui come personaggio pubblico. Sono qui come zia, come donna e come nipote di immigrati marocchini.
Fatima spalancò gli occhi sorpresa. Lei è di origini marocchine. Mia nonna è arrivata dal Marocco negli anni 60, spiegò Samira entrando completamente nella stanza e sedendosi spontaneamente accanto a Fatima. Si chiamava Fatima, proprio come lei. È morta 3 anni fa, ma mi ha lasciato insegnamenti che porto nel cuore ogni giorno.