Ora scopriamo come tutto è cominciato. Verona. 1967 la città viveva gli ultimi anni del boom economico italiano, quando le fabbriche tessili ancora dominavano il panorama industriale della zona est, vicino a San Michele Extra. In quel quartiere operaio, dove le case si allineavano strette lungo strade lastricate, viveva la famiglia Fabbri.

Roberto Fabbri aveva 42 anni e lavorava come operaio specializzato in una fabbrica tessile sulla via Mantovana. Era un uomo taciturno con mani callose e la schiena sempre leggermente curva per i lunghi turni davanti ai telai. Sua moglie Lucia, di 39 anni, lavorava nella stessa fabbrica al reparto finissaggio. Si erano conosciuti lì 15 anni prima, quando lei aveva appena 24 anni ed era arrivata da un piccolo paese della provincia.
La loro unica figlia, Elena, aveva 16 anni nell’aprile del 1967. Era una ragazza che spiccava nel grigiore del quartiere operaio. Aveva lunghi capelli castani che portava sempre raccolti, occhi nocciola penetranti e un’intelligenza che i suoi insegnanti del liceo scientifico Galileo Galilei definivano rara. Elena sognava di diventare medico, un’ambizione quasi impossibile per una figlia di operai in quegli anni.
La famiglia abitava in un piccolo appartamento di tre stanze in via Colonnello Fincato, al secondo piano di una palazzina senza ascensore. L’appartamento era modesto, ma tenuto con cura maniacale da Lucia. Un crocifisso pendeva sopra il tavolo della cucina e ogni domenica la famiglia frequentava la messa delle 11 nella chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo.
Elena era una ragazza seria, quasi austera, non usciva con le compagne di classe, non frequentava i bar dove gli adolescenti si riunivano dopo scuola, dedicava ogni momento libero allo studio. I suoi quaderni erano perfetti, con una calligrafia minuta e ordinata. I professori dicevano che avrebbe potuto vincere una borsa di studio per l’università, cosa che per la famiglia Fabbri rappresentava l’unica possibilità reale di permetterle di studiare medicina.
Ma c’era qualcosa in Elena che sua madre aveva notato negli ultimi mesi. La ragazza era diventata ancora più silenziosa del solito. A tavola mangiava poco spostando il cibo nel piatto. Aveva smesso di parlare dei suoi sogni di università. Quando Lucia le chiedeva se tutto andasse bene, Elena annuiva rapidamente e si chiudeva in camera sua.
Roberto non aveva notato nulla. Per lui Elena era sempre stata la figlia perfetta, quella che avrebbe riscattato i sacrifici di una vita trascorsa in fabbrica. Non vedeva o non voleva vedere che qualcosa stava cambiando. Nel quartiere Elena era conosciuta come la studentessa. I vicini la salutavano con rispetto misto a curiosità.

In un ambiente dove la maggior parte delle ragazze lasciava la scuola a 14 anni per lavorare, lei rappresentava una anomalia. Alcuni la ammiravano, altri la giudicavano con quella malevolenza sottile, tipica delle comunità chiuse. La primavera, del 1967 arrivò con un aprile insolitamente freddo. Piogge frequenti rendevano le strade lucide e scivolose.
Elena continuava la sua routine immutabile. Usciva alle 7:20 del mattino, prendeva l’autobus alla fermata di via Colonnello Fincato, arrivava a scuola per le 8:00. Tornava nel pomeriggio verso le 14:30, sempre puntuale come un orologio. Frequentava anche il gruppo giovani della parrocchia su insistenza della madre.
Ogni mercoledì sera si recava all’oratorio per gli incontri guidati da don Stefano Mancini, un prete sulla cinquantina molto stimato nella comunità. Don Stefano era una figura importante nel quartiere. Proveniva da una famiglia benestante del centro di Verona. Aveva studiato teologia a Roma. Era tornato nella sua città con una reputazione di uomo colto e caritatevole.
Il prete aveva preso Elena sotto la sua ala protettrice, vedeva in lei un’intelligenza fuori dal comune e le prestava libri dalla sua biblioteca personale. Parlava con lei di filosofia, di etica, di vocazione. Roberto e Lucia erano lusingati dall’attenzione che don Stefano dedicava alla loro figlia. significava che Elena era davvero speciale, ma in quegli ultimi mesi anche don Stefano aveva notato qualcosa di diverso in Elena.
La ragazza sembrava distante, preoccupata. Quando lui le chiedeva cosa la turbasse, lei scuoteva la testa e diceva che era solo stanca per lo studio. La verità era che Elena portava dentro di sé un segreto che la stava consumando, un segreto che non poteva condividere con nessuno perché la vergogna era troppo grande, perché le conseguenze sarebbero state devastanti, perché in quella Verona del 1967 certe cose semplicemente non potevano accadere a una ragazza per bene.

E in quelle settimane di aprile, mentre la primavera tardava ad arrivare e la pioggia continuava a cadere sulle strade del quartiere operaio, Elena aveva preso una decisione, una decisione che l’avrebbe portata a scomparire dalla vita dei suoi genitori, dalla scuola, dal quartiere. Una decisione che l’avrebbe fatta sparire per 35 anni fino a quando una suora morente non avrebbe finalmente parlato.
Il 24 aprile 1967 era un lunedì. Il cielo sopra Verona era grigio e pesante, carico di una pioggia che minacciava di cadere, ma non si decideva. Elena Fabbri si svegliò alle 6:30, come sempre. Sua madre Lucia era già in cucina. preparava il caffè con la moca sul fornello a gas. Elena entrò in cucina con il suo grembiule nero da liceo già indossato.
Lucia notò che la figlia era particolarmente pallida quella mattina. “Hai dormito male?” Le chiese versando il caffè in una tazza sbeccata. Ho studiato fino a tardi”, rispose Elena, ma non toccò il caffè, prese solo un pezzo di pane e lo mangiò in piedi, appoggiata al davanzale della finestra che dava sul cortile interno. Roberto era già uscito per il turno delle 6:00 in fabbrica.