CLAN DEI CASALESI EP3: Bidognetti, Zagaria e l’Impero dei Veleni | Il Sistema Operativo

Una guerra di successione feroce che ha  lasciato questa terra disseminata di cadaveri. Ma mentre quella guerra si combatteva, qualcosa  di completamente diverso stava prendendo forma. Qualcosa che non faceva rumore. Che non finiva sui  giornali. Che non lasciava cadaveri per strada. Lasciava fusti interrati nei campi.

 Il 1992 è l’anno in cui il clan dei Casalesi smette di essere un’organizzazione  criminale nel senso tradizionale del termine. Diventa qualcosa di più difficile da combattere.  Qualcosa di più difficile da vedere. Qualcosa di più difficile da smantellare. Diventa un sistema. Per anni tutti hanno raccontato i  Casalesi come un’organizzazione con un capo. Un trono. Un uomo solo che decide tutto.

Ma se fosse stata la storia sbagliata? Se  il segreto dei Casalesi non fosse il capo, ma l’assenza del capo? 3 uomini. Tre storie che non si assomigliano in niente. Tre modi di  essere criminali che nessuno aveva mai pensato di mettere insieme. E un sistema che nessuno  aveva mai pensato di costruire in questo modo.

Se volete capire come funziona il  crimine organizzato nel 21° secolo, restate. Perché quello che nasce in questo  episodio non è la storia di un clan. È un manuale operativo che la criminalità organizzata,  in Italia e fuori, ha finito per imitare. Estate 1992. Provincia di Caserta.

 Il  caldo di luglio schiaccia la pianura come un peso fisico. L’aria sa di asfalto e  di argilla secca. Le cicale. Il silenzio delle ore centrali del giorno quando nessuno  esce, nessuno si muove, nessuno parla. In una villa anonima tra Casal di  Principe e San Cipriano d’Aversa, 3 uomini aspettano che faccia buio. Non si conoscono da ieri.

 Si conoscono da 30 anni. Sono cresciuti nelle stesse strade,  hanno frequentato le stesse famiglie, hanno combattuto nella stessa guerra. Sanno esattamente  chi sono l’uno per l’altro. Sanno cosa ciascuno ha fatto. Sanno cosa ciascuno è capace di fare. Ma quella sera non si incontrano per parlare del passato. Si incontrano per costruire  qualcosa che non è mai esistito prima.

Per anni tutti hanno raccontato i Casalesi come  un’organizzazione con un capo. Un trono. Un uomo solo al vertice che decide tutto. Prima  Bardellino. Poi la guerra. Poi il vuoto. E se fosse stata la storia sbagliata? E se il segreto dei Casalesi non fosse chi stava sul trono, ma il fatto  che il trono stessero per demolirlo? Il primo a parlare è Francesco  Schiavone.

 Ha poco meno di 40 anni. È tornato dal carcere francese  all’inizio degli anni 90 con qualcosa che non aveva quando era entrato. Non  rancore. Non vendetta. Un progetto. Nel 1989 i carabinieri lo avevano arrestato in  Francia, nell’area di Lione, mentre era latitante. Documenti falsi. Estradizione. Prigione.

 Per mesi  era rimasto fuori dal gioco mentre la guerra di successione iniziava a distruggere il casertano. In quel tempo lontano da casa Schiavone aveva guardato. Dall’interno di una cella francese  prima, e poi di nuovo dal territorio, aveva seguito quello che succedeva a casa.  Aveva letto i giornali quando glieli portavano. Aveva ricevuto notizie attraverso i canali che  esistono sempre, anche dentro le prigioni più sorvegliате. Aveva contato i morti. Aveva visto  i fascicoli moltiplicarsi nelle procure italiane.

E aveva capito qualcosa che pochi boss  capiscono perché per capirlo bisogna uscire, allontanarsi, guardare da lontano con occhi  che non sono più quelli di chi combatte. La violenza ha un costo che non si vede subito. Non il costo delle armi. Non il costo degli avvocati. Il costo dell’attenzione.  Ogni cadavere è un fascicolo aperto.

Ogni fascicolo è un magistrato che cerca.  Ogni magistrato che cerca è un pericolo che cresce silenziosamente mentre tu sei  occupato a combattere la prossima guerra. Ma c’era qualcosa di più specifico che aveva  visto. Qualcosa che riguardava direttamente lui, direttamente il clan, direttamente la struttura  che Bardellino aveva iniziato a costruire.

Quando era stato arrestato a Lione, il clan non  si era fermato. Aveva continuato. Le rotte della cocaina non si erano interrotte. I soldi avevano  continuato a muoversi. Le estorsioni avevano continuato a essere pagate. Perché il sistema  che Bardellino aveva costruito era già abbastanza compartimentato da sopravvivere alla rimozione  di un suo pezzo, anche di un pezzo importante.

Schiavone aveva preso questa osservazione e  l’aveva portata alle sue conseguenze logiche. Se una struttura può sopravvivere all’arresto  di uno dei suoi componenti, bisogna costruire una struttura che possa sopravvivere all’arresto  di tutti i suoi componenti. Uno per uno. Anche contemporaneamente. Non è un’utopia. È  un problema di ingegneria organizzativa.

La soluzione è nella divisione. Non  del territorio. Delle competenze. Schiavone finisce di parlare.  Nella stanza c’è silenzio. Francesco Bidognetti non è un uomo che  risponde subito. È poco sopra i 40 anni, ma sembra più vecchio. Il viso scavato.  Le mani grandi. Gli occhi che non lasciano trapelare niente mentre elabora quello che ha  sentito.

 Lo chiamano Cicciotto ‘e Mezzanotte e il soprannome dice tutto: oscuro, notturno,  imprevedibile. Arriva quando non te lo aspetti. Porta con sé cose che non vuoi. Bidognetti nella guerra di successione non ha cercato il trono. Ha controllato  il suo territorio. Ha mantenuto i suoi uomini. Ha aspettato.

 In 4 anni di guerra non  ha mai vacillato, non ha mai cambiato fronte, non si è mai venduto al miglior offerente. Questa  affidabilità in un contesto dove le alleanze si rompevano ogni settimana aveva un valore che  nessuna brillantezza strategica poteva sostituire. Al tavolo di quella villa porta una  cosa sola. Ma quella cosa vale miliardi. Porta il controllo fisico di un  territorio.

 La certezza che in quella provincia di Caserta nessuno parla senza  permesso, nessun imprenditore si rifiuta, nessun funzionario resiste. Non attraverso la  presenza costante e visibile della violenza, ma attraverso la sua possibilità sempre  implicita, sempre presente, mai dimenticata. Il tipo di controllo che non richiede di  sparare ogni giorno perché tutti sanno cosa succederebbe se il controllo venisse meno. Il terzo uomo al tavolo è Michele Zagaria.

34 anni. Nato a San Cipriano d’Aversa e  cresciuto a Casapesenna, a pochi chilometri da lì. Lo chiamano Capastorta e anche questo  soprannome è una descrizione operativa precisa. Quando ha deciso una direzione non cambia.  Non si distrae. Non si fa convincere. Zagaria non parla molto.

 Ascolta con quella  calma metodica che registra tutto e non lascia trasparire niente. Ma quando parla, quello che  dice è preciso, concreto, privo di ornamenti. Quello che porta al tavolo non è violenza e  non è territorio. È conoscenza procedurale. Sa come funziona una gara d’appalto  pubblico meglio del funzionario che la pubblica.

 Sa quali clausole inserire  nei capitolati per escludere de facto le imprese non gradite prima ancora che la gara  venga emessa. Sa quali requisiti richiedere per rendere le imprese amiche le uniche in  grado di soddisfarli. Sa come costruire una competizione che sembra reale sulla carta ma  ha già un vincitore stabilito nella sostanza. Questa conoscenza non è nata ieri.

 Si è costruita  in anni di frequentazione degli uffici comunali, di lettura degli atti pubblici, di comprensione di  come si muovono i soldi dello Stato dal momento in cui vengono stanziati al momento in cui  finiscono nelle mani di chi costruisce. C’è un quarto uomo. Il più giovane. Antonio  Iovine. Poco meno di 30 anni. San Cipriano d’Aversa.

 Lo chiamano ‘O Ninno, il bambino,  e anche in questo caso il soprannome è una trappola per chi lo sottovaluta. Non è un  militare. Non ha costruito il suo ruolo sulla violenza di strada o sulla fama di killer  che rende temibili molti boss del casertano. Ha qualcosa di diverso. Ha capito che fare i  soldi è facile. Tenerli è il problema vero. Ha capito che i miliardi generati dal narcotraffico,  dalle estorsioni, dagli appalti truccati, finché rimangono contanti nascosti in un bunker, non  valgono niente. Sono una prova. Sono un rischio.

Per diventare potere reale devono trasformarsi.  Cambiare forma. Attraversare confini, sistemi bancari, strutture societarie, fino a quando ogni  traccia della loro origine illegale è scomparsa. Al tavolo di quella villa porta  la capacità di fare sparire i miliardi. Di renderli invisibili.  Puliti.

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