C’è un corridoio nell’ospedale princesse Grace di Monaco che non somiglia a nessun altro corridoio del mondo. Le pareti sono color crema, quasi tiepide. Il pavimento riflette la luce al neon con una lucentezza che ricorda il mare poco lontano, quel Mediterraneo che in quei giorni di maggio splendeva con un’indifferenza quasi offensiva.

In quel corridoio, nella notte tra il 9 e il 10 maggio 1967, sedeva una donna di 26 anni. Si chiamava Margherita. Margherita Bandini, nata a Freddy, con un vestito scuro che qualcuno le aveva portato in fretta dall’albergo, era arrivata a Monaco senza niente, senza valigia, senza un cambio, senza la capacità di pensare a cose come i vestiti o il cibo o il fatto che non aveva dormito da 52 ore.
teneva le mani in grembo e ogni tanto le guardava come se non le riconoscesse. Quelle mani riposavano su un ventre che cominciava appena a curvarsi. 4 mesi il bambino sarebbe nato in ottobre. Un medico uscì dalla stanza. Camice bianco, occhi stanchi, quella delicatezza professionale che non riesce mai a nascondere la verità.
Signora, ha chiesto di lei un’ora fa. Adesso è di nuovo incosciente. Lei annuì non piane. Aveva smesso di piangere due giorni prima, quando l’avevano fatta entrare per la prima volta e aveva visto quello che restava dell’uomo che amava. Uscì da quella stanza, si sedette su una sedia di plastica e da quel momento il suo volto assunse un’espressione che non avrebbe più abbandonato del tutto, la calma terribile di chi ha già capito come andrà a finire.
Dietro le finestre dell’ospedale Monaco viveva la sua vita di sempre. Le luci del casinò si accendevano puntuali. Gli yot ondeggiavano nel porto con il loro dondolio pigro e ricco. Nella stanza in fondo al corridoio, un uomo di 31 anni stava morendo per le ustioni che coprivano quasi il 70% del suo corpo. Lorenzo Bandini, pilota di Formula 1, primo pilota della scuderia Ferrari, l’italiano che tutta l’Italia stava aspettando, incollata ai bollettini radio ogni 6 ore, sperando in un miracolo che non sarebbe arrivato. Tre
mesi prima, in febbraio, era uscito dall’ufficio di Enzo Ferrari a Maranello con un sorriso che la moglie non gli vedeva da anni. primo pilota, finalmente, dopo stagioni passate a fare il gregario a cedere la posizione a sacrificare le proprie ambizioni sull’altare della strategia di squadra, finalmente il suo turno.
Non sapeva ancora che Margherita era incinta, lo avrebbe scoperto pochi giorni dopo. Per un momento, un momento brevissimo, luminoso, quasi doloroso. Nella sua bellezza tutto sembrò possibile. carriera, la famiglia, il futuro. 90 giorni. Questo è tutto ciò che separava quel sorriso da quel corridoio d’ospedale. Che cosa spinge un uomo ad accettare un ruolo che potrebbe distruggerlo? Che cosa lo convince? Che questa volta sarà diverso, che il prezzo non sarà troppo alto, che la fortuna lo proteggerà? Per capirlo dobbiamo tornare indietro, molto indietro.
a un altro continente, a un’altra vita, a un bambino che attraversò il mare portando con sé quasi niente. Barca Cirenaica, 1935, una cittadina della Libia italiana costruita dal regime fascista come vetrina dell’impero coloniale. Strade dritte tracciate nel deserto, edifici bianchi che abbagliavano sotto il sole africano, il profumo di gelsomino misto a quello della polvere che entrava dappertutto nelle case, nei vestiti, nei polmoni.
L’Italia aveva conquistato quella terra e l’aveva riempita di famiglie come i bandini, gente comune, artigiani e impiegati spediti oltremare con la promessa di una vita migliore. Il 21 dicembre di quell’anno nacque Lorenzo. Ultimo giorno d’autunno nel calendario, primo giorno d’inverno nel cielo. In Libia, naturalmente, l’inverno era un concetto relativo.

Quel bambino avrebbe conosciuto inverni veri ben presto. Inverni dell’anima soprattutto. Della sua prima infanzia sappiamo poco. Frammenti come schegge di uno specchio rotto. L’odore della benzina, quello sì, è un ricordo che tornerà in ogni intervista, in ogni racconto. La benzina delle camionette militari che attraversavano la città, il rombo dei motori, il calore del cofano se ci appoggiavi la mano, quella vibrazione che un bambino sente nelle ossa prima ancora di capire cosa sia un motore.
Poi venne la guerra. La seconda guerra mondiale arrivò in Nord Africa come una tempesta di sabbia, prima un vento lontano, poi un muro che cancella l’orizzonte. Le battaglie tra inglesi e italot-tedeschi trasformarono la Cirenaica in un campo di rovine. Per le famiglie dei coloni fu la fine di tutto. La Libia che avevano costruito o che credevano di aver costruito si dissolse come un miraggio.
La Libia li aveva espulsi, l’Italia non sapeva dove metterli. Famiglie intere stipate in campi profughi, alloggi di fortuna, appartamenti sovraffollati. Per un bambino senza genitori la rete era ancora più stretta. Reggio Emilia, città operaia nel cuore dell’Emilia Romagna, terra di meccanici e di motori, di cooperative rosse e di nebbia autunnale.
Qui crebbe il ragazzo che un giorno avrebbe guidato una Ferrari a 300 km/h. Prima di quello però ci fu l’officina. A 14 anni Lorenzo lavorava già. Le mani nell’olio, le unghie nere di grasso, l’odore acre del solvente che gli si attaccava alla pelle e non andava via neanche con tre lavaggi. L’officina era il suo mondo, un capannone di lamiera alla periferia della città dove si riparavano automobili e motociclette per i clienti del quartiere.
Il proprietario si chiamava Benetti, un vedovo senza figli, pratico, di poche parole, che pagava poco e pretendeva molto. Lorenzo, sono tre ore che stai su quel motore, non ti pago per contemplarlo. Eh, signor Benetti, lei non mi paga quasi per niente, quindi che differenza fa? Un sorriso appena accennato, ma c’era perché quel ragazzo magro con gli occhi scuri e le mani sempre sporche aveva qualcosa che non si poteva insegnare.
Capiva le macchine, non nel modo in cui le capisce un meccanico, leggendo il manuale e seguendo le procedure. le capiva nel modo in cui un musicista capisce uno strumento ascoltando, sentendo, intuendo dove stava il problema prima ancora di smontare il pezzo. I motori gli parlavano, lui sapeva ascoltare.
La scuola era finita presto, non per mancanza di intelligenza, ma per mancanza di tutto il resto. Soldi, stabilità, qualcuno che gli dicesse che studiare era importante. Lorenzo non se ne lamentava mai, non si lamentava di nulla. In realtà era una delle sue caratteristiche più marcate e sarebbe rimasta tale fino alla fine, quel silenzio ostinato, quell’incapacità o rifiuto di chiedere qualcosa per sé, come se lamentarsi fosse un lusso che non poteva permettersi.
Le motociclette furono la prima via di fuga, non una fuga dalla realtà, ma verso qualcosa di più grande. Reggio Emilia negli anni 50 era piena di giovani che correvano in moto sulle strade provinciali la domenica, nei circuiti improvvisati, nelle gare locali dove il premio era una coppa di latta e la gloria durava fino a lunedì mattina.
Lorenzo cominciò così. con moto prese in prestito, aggiustate da lui, spinte oltre i limiti, non conosceva la paura, o meglio, conosceva paure ben più grandi della velocità. Aveva perso tutto una volta. Perdere ancora non lo spaventava quanto restare fermo. Nel 1957, a 21 anni si sedette per la prima volta al volante di un’automobile da corsa, una piccola formula Junior, una macchina che oggi sembrerebbe un giocattolo, telaio tubolare, motore Fiat elaborato, nessuna protezione degna di questo nome.
intorno a un solo nome, Maranello. Alla fine degli anni 50 era poco più di un paese. Qualche migliaio di abitanti, una piazza, una chiesa,