ULTIMO AVVERTIMENTO: Monica Montefalcone ha mandato un messaggio al marito prima di andarsene, avvertendolo che poteva essere in pericolo, deviando così le indagini in una direzione diversa. In particolare, il principale sospettato era qualcuno che la polizia non si aspettava affatto. 👇 Leggi la storia completa nei commenti.

Monica Montefalcone, ecologa marina dell’Università di Genova ed esperta di spicco delle praterie di Posidonia oceanica nel Mediterraneo, è morta in un incidente subacqueo alle Maldive all’età di 51 anni.Con lei è morta la figlia Giorgia Sommacal, di 23 anni, e altri tre italiani, quattro dei quali legati all’Università di Genova.

Per Monica Montefalcone, il mare era un luogo da studiare: le sue piante, le barriere coralline, gli habitat nascosti e i cambiamenti stagionali. Un prato di  Posidonia oceanica  non era solo una macchia verde sotto la superficie dell’acqua. Offriva un vivaio, un riparo, immagazzinava carbonio e proteggeva la costa. Alla maggior parte dei nuotatori poteva sembrare semplice posidonia. Per Montefalcone, invece, era un sistema vivente, che si riprendeva lentamente una volta danneggiato.

Quella lentezza era importante.  La Posidonia  cresce a un ritmo che non si adatta ai tempi umani. Nel Mediterraneo, più della metà dei suoi prati è andata perduta nell’ultimo secolo; in Liguria, le perdite sono state particolarmente gravi. Leggi e direttive europee potrebbero contribuire a proteggere ciò che resta, sosteneva, ma la sola protezione non sarebbe sufficiente. Laddove centinaia di ettari erano scomparsi, aspettare che la natura si rigenerasse avrebbe significato lasciare il lavoro alle generazioni future. Il ripristino attivo, compreso il reimpianto manuale delle fanerogame marine, rappresentava quindi una risposta pratica a un problema concreto.

Monica Montefalcone. Da Sky TG24Monica Montefalcone. Da Sky TG24

Montefalcone, morta il 14 maggio in un incidente subacqueo alle Maldive, aveva 51 anni. Con lei sono deceduti la figlia Giorgia Sommacal, di 23 anni, Muriel Oddenino, ricercatrice che aveva lavorato con lei, Federico Gualtieri, neolaureato in biologia marina, e Gianluca Benedetti, istruttore subacqueo e responsabile delle operazioni di navigazione. Quattro delle vittime erano legate all’Università di Genova, dove Montefalcone era professoressa associata di ecologia. Il gruppo si stava immergendo in alcune grotte dell’atollo di Vaavu. I dettagli finali dell’incidente sono ancora in fase di accertamento.

La sua vita era da sempre legata al mare. All’Università di Genova si occupò di ecologia marina costiera, habitat bentonici, associazioni coralligene, grotte marine, praterie di fanerogame marine e degli effetti dei cambiamenti climatici sugli ecosistemi marini. Si dedicò alla mappatura, al monitoraggio e alla misurazione. E anche al restauro. Il WWF la descrisse come una delle massime esperte di  ecosistemi a Posidonia del Mediterraneo  e ricordò il suo ruolo in progetti di conservazione e ripristino degli habitat dalla Liguria alla Puglia e oltre. Il suo lavoro era di natura tecnica, ma non si limitava al laboratorio.

Influenzò le politiche, le pratiche di conservazione e la consapevolezza pubblica.

Era anche un’insegnante in un campo che richiede ben più di lezioni e pubblicazioni. La biologia marina, come sapeva bene, si apprendeva in laboratorio e sulle riviste, ma anche sott’acqua, in acque fredde e con scarsa visibilità, con attrezzature affidabili e osservazioni precise. Il Laboratorio di Ecologia del Paesaggio Marino che coordinava al DiSTAV era uno dei suoi più grandi successi. Nei video parlava con soddisfazione della sua crescita e dei collaboratori la cui competenza e dedizione lo avevano mantenuto in vita. Eppure, anche in quell’orgoglio, c’era un senso di inquietudine.

Sapeva quanto spesso i giovani ricercatori in Italia dedicassero anni di talento e disciplina a un sistema che non poteva offrire loro stabilità.

Quella preoccupazione per i giovani scienziati traspariva dai suoi interventi pubblici. Ricordava la sua prima conferenza della Società Italiana di Biologia Marina come un momento formativo, la prima volta in cui aveva presentato la sua ricerca al di fuori dell’università e si era sentita parte di una comunità scientifica. In seguito, come presidente del Comitato Benthos della società, provava piacere nel vedere studenti e ricercatori all’inizio della carriera utilizzare la SIBM come luogo di incontro, confronto di idee e appartenenza.

Parlando a cuore aperto, diceva che avrebbe consigliato ai giovani biologi marini di non smettere mai di credere nelle proprie passioni e nei propri sogni. Poi arrivava la precisazione pratica: ci sarebbero volute pazienza e una chiara visione del difficile percorso da affrontare.

Nei loro omaggi, colleghi e amici hanno ricordato una scienziata capace di rendere comprensibile il mondo sottomarino. Spiegava con chiarezza lo sbiancamento dei coralli, l’acidificazione degli oceani, la perdita di praterie di posidonia e il ripristino degli habitat, senza ridurli a meri problemi tecnici. A Mandriola, in Sardegna, dove aveva trascorso le estati per decenni con la sua famiglia, gli amici la ricordano mentre nuotava, correva, ammirava i tramonti e parlava di  Posidonia  con la stessa naturalezza con cui si parla del tempo. Anche sua figlia Giorgia era cresciuta lì.

Dopo una morte come questa, il mare può sembrare crudele. Il lavoro di Montefalcone indica qualcosa di meno semplice. Lei conosceva il mare come un luogo di bellezza, rischio e distruzione, ma anche come un luogo in cui uno studio attento poteva ancora fare la differenza. Ha dedicato la sua carriera a misurare ciò che si stava perdendo, a insegnare agli altri come vederlo e ad aiutare a riparare ciò che era ancora riparabile.

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